"http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-transitional.dtd"> IL GUARDONE ROMANO

IL GUARDONE ROMANO

"Dobbiamo essere pratici, vedere il mondo nella sua giusta luce, coi suoi pregî e i suoi difetti. Non dobbiamo temerlo, ma conquistarlo con l’intelligenza, e non esserne schiavi. La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di sé stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi, e guardare il mondo con sicurezza. Dobbiamo rendere questo mondo il migliore possibile, e se non è proprio come lo desideriamo, sarà sempre migliore di come ce lo hanno ridotto. Un mondo migliore richiede sapere, bontà e coraggio. Non bisogna rimpiangere il passato o soffocare la libera intelligenza con idee che uomini ignoranti ci hanno propinato per secoli. Occorre sperare nell’avvenire, e non voltarsi a guardare a cose ormai morte, che, confidiamo, non rivivranno più in un mondo creato dalla nostra intelligenza" (Bertrand Russell, Perché non sono cristiano, 1927).

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Uno qualunque tra le migliaia di laureati in Scienze Politiche che sforna l'università Sapienza di Roma. Adesso, paradossalmente ma non troppo, studia più di prima.

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lunedì, 14 aprile 2008

TRASLOCO!




Ho deciso di riprendere il blog. Ma forse mi serve cambiare aria - anche se informatica... Ristrutturazione, riordino, nuove prospettive, sia dentro che fuori. Continuo fluire ed espandersi, tipo l'universo. Grandi cose avvenute intanto, tipo una laurea. Progetti intellettual-letterari in corso, si spera. Ed è anche per questo che per mesi il blog è stato muto. Mi scuso con tutti quelli che mi seguivano e che hanno chiesto di me, o sono rimasti delusi. Adesso si riparte. Voltiamo pagina.


Ci rivediamo su IL NUOVO GUARDONE ROMANO


sabato, 27 ottobre 2007

Un tg ...franco

   Ormai quando vedo i telegiornali succede spesso che mi salga una certa indignazione; questo perché ti rendi conto di come consapevolmente i tg delle principali reti nazionali non facciano altro che diffondere una vera e propria disinformatjia sistematica – che rientra in una vera e propria strategia mediatica e culturale – per quanto riguarda la religione. Il problema è che, nella situazione culturale (si fa per dire) e sociale del nostro paese, è molto difficile uscire da questo circolo vizioso propagandistico. Forse è ora che la componente laica reclami una parità di trattamento e spazi equi e garantiti sulle televisioni pubbliche, specie nei programmi informativi, dato che paga le tasse proprio come tutti gli altri e riceve in cambio il nulla o quasi, mentre non si fa altro che spingere sempre più avanti la propaganda clericale.

   Tra le altre cose abbiamo: esaltazione tra l’acritico e l’estatico della fede, della Chiesa, dei santi, con connesso martellamento costante (Goebbels docet) anche con forme subdole e popolaresche come gli sceneggiati (anzi, le fiction, dato l’argomento); trattamento superficiale o distorto della laicità, della scienza e del modo di pensare non religioso; diffusione unidirezionale di notizie inerenti “attacchi” alla religione – anche se insignificanti – cui fa da contraltare il completo occultamento di quelle riguardanti le discriminazioni fomentate dalle religioni e simili; revisionismo storico.

   Interessante, per quanto riguarda quest’ultimo carattere, il trattamento riservato dai Tg2 di questa sera sulla beatificazione di domani di quasi 500 “martiri” uccisi negli anni Trenta in Spagna (tra l’altro, ironia della sorte o scelta voluta, domani si “festeggia” anche la marcia su Roma – della serie: due piccioni con una fava).

   La strategia mediatica “di base” consiste sostanzialmente nel creare una cappa fumogena di vaghezza, in cui inserire informazioni che colpiscano – soprattutto a livello emozionale. La necessità di rendere “veloce” il servizio diventa un ottimo paravento per la disinformatjia clericaleggiante, perché permette di occultare buona parte delle informazioni.

   La beatificazione di massa sarà una corposa occasione turistica, ma a parte ciò il problema è che questa scelta – come altre – ha dei significati prima di tutto simbolici che non possiamo non cogliere: mentre ad esempio Zapatero in Spagna propone leggi "della memoria" contro il franchismo (sapete com’è, oggi c’è la democrazia…) e va avanti con una legislazione laica che colpisce il monopolio cattolico, il Vaticano decide di santificare una serie di "martiri" uccisi dai crudelissimi repubblicani-anarchici-comunisti-laicisti-atei spagnoli (il servizio azzarda persino “satanisti”!).

   Tra gli aneddoti strappalacrime, abbiamo il caso di uno degli uccisi che perdonando il plotone d’esecuzione prende una pallottola che gli trapassa proprio la mano benedicente. Dopo che, come succede di solito, si era accennato di sfuggita alla questione che “alcuni” – i soliti ateacci in malafede, altroché – ritenevano che la scelta di questa beatificazione avesse dei chiari risvolti politici contro Zapatero, una delegata clericale d’apparato è lì a tranquillizzare l’opinione pubblica che questa occasione è “per la Spagna” (ovvero “per” il paese che a maggioranza aveva votato proprio il governo Zapatero) e che il governo odierno osa andare contro la Chiesa, addirittura la “attacca” – come se fare delle leggi che permettano anche a chi non segue i dettami della Chiesa di avere delle possibilità e dei diritti sia un delitto imperdonabile. Insomma, non si tratta affatto di uno spot contro le forze laiche spagnole. È interessante notare come spessissimo i tg clericalizzati portino in maniera superficiale e ben controllata opinioni contrarie alla tesi propagandata – spesso sotto forma di anonime e brevi domande retoriche fatte dalla stessa voce fuori campo, senza alcun approfondimento – con lo scopo evidente di controbatterle in maniera ampia (avendo a disposizione molto più tempo, mezzi, propagandisti).

   Facciamo quindi delle precisazioni sulla guerra civile spagnola, dato che il tg in questione è stato abbastanza incompleto (non voglio nemmeno immaginare quanto incompleti saranno quelli di domani, in piena estasi beatificatoria). Ovviamente non si dice una parola sui repubblicani uccisi in maniera ugualmente efferata dai cattolicissimi franchisti (parecchie centinaia di migliaia, anche dopo la guerra): forse perché i morti cristiani sono "più" morti degli altri... L'unico messaggio che passa è che i repubblicani andavano in giro a dar fuoco alle chiese, a violentare suore, a uccidere preti e così via... e sotto sotto che gli eredi di questi siano i rappresentanti odierni della sinistra spagnola. E infatti, come ciliegina sulla torta del servizio, appare lo storico Franco Cardini (manco a dirlo, di “ispirazione” cattolica), che – ovviamente nel modo tipico che alterna sofisma a indoramento della pillola – ci conferma proprio la superiore dignità dei “martiri”, più “martiri” di altri dato che sono morti per il Cristo (della serie autoreferenzialità a go go), ricordandoci con la sottile e compiaciuta retorica splatter come la storia della Chiesa sia santificata proprio da questi martiri, fin dagli inizi della sua storia. Ci sarebbe un’altra lunga digressione da fare – perché alla disinformatjia si aggiunge disinformatjia – dato che il numero dei “martiri” in generale va parecchio ridimensionato, essendo stato gonfiato (fin dagli inizi del cristianesimo, appunto), proprio per strumentalizzare i morti a fini apologetici, con storie evidentemente assurde; e inoltre perché – chissà come mai – si parla ben poco dei non cristiani massacrati da cristiani, indulgendo invece sui cristiani “macellati” (come ama dire ad esempio Socci, nei suoi exploit).

   La questione non è che questi martiri se lo siano “meritato”, quanto chiedersi quale era il ruolo della Chiesa durante la rivolta franchista e il franchismo, cosa di cui non si è parlato affatto. Siamo sicuri che il clero fosse estraneo al conflitto? Che molti monasteri e simili non funzionassero come centri militari "informali" (stoccaggio e smistamento di armi, reclutamento, raccolta, occultamento di franchisti, propaganda ideologica, azioni di disturbo o di collaborazionismo in un contesto di guerra civile), come è stato effettivamente riscontrato in certi casi? Tra l'altro, ho letto in giro su internet che uno dei beatificati sarebbe stato effettivamente un torturatore franchista. Sarebbe interessante, per chiarezza, vedere che cosa facevano gli altri "martiri" prima di essere uccisi.

   In sostanza, la Chiesa collaborò fattivamente con i militari in rivolta – appoggiati da Italia fascista e Germania nazista – contro il governo repubblicano che aveva preso misure laiche. Chiaramente, nel contesto di guerra civile, ci furono episodi efferati, ma bisognerebbe anche avere l’onestà intellettuale di spiegare che essi furono perpetrati da entrambe le parti, anzi, che da parte franchista i massacri furono ben più pesanti (anche grazie all’appoggio della Chiesa, appunto) e che nelle zone repubblicane, dopo una fase di vuoto di potere in cui si confondevano vendette private, uccisioni di innocenti e punizioni a traditori e collaborazionisti col nemico, dopo qualche tempo la situazione si fece più tranquilla. Non si tratta di mostrare indulgenza totale per i repubblicani – che commisero pure le loro efferatezze – ma di ricordarsi che i primi lottavano contro il fascismo e per la libertà, mentre i franchisti e la Chiesa nel complesso (anche i religiosi inconsapevoli) lottavano contro, per un sistema autoritario o addirittura totalitario, più vicino al fascismo e al nazismo (che appunto si impose subito dopo la guerra). Come per la questione partigiani/fascisti, non vorrei che dalla denuncia dei massacri compiuti si passasse alla condanna totale: perché, è bene sempre ricordarlo, oggi siamo in un contesto democratico anche perché tanta gente ha lottato per questo, mentre se avessero vinto gli “altri” (che allo stesso modo hanno compiuto le loro efferatezze), ci sarebbe una dittatura. Volenti o nolenti, non possiamo mettere repubblicani e franchisti sullo stesso piano.

   Tutto questo per dire che citare strumentalmente qualche migliaio di morti solo perché religiosi e “innocenti” è fortemente scorretto, se si pretende di ignorare il contesto della guerra, la politica repressiva attuata dai catto-fascisti, i tanti “martiri” che dall’altra parte hanno subito lo stesso trattamento (e qui torniamo alle domande insidiose sui beatificati: in che misura sono “innocenti”? Cosa hanno fatto per essere uccisi? Ma sappiamo che, ancora una volta, la beatificazione spargerà un bel velo di silenzi su tutte queste domande, perché su santi – e beati – non si discute e il coraggio dei tg, in questi casi, è pari a zero).

   Cito un po' di informazioni tratte da Con Dio e con il Fuhrer (Napoli, Tullio Pironti Editore, 1997) di K. Deschner sulla guerra civile spagnola. Nell'insieme dei territori dei "rossi" fino allo scoppiare della rivolta, afferma il cardinale primate sull'Osservatore Romano, ci sarebbero stati in tutto 15.000 sacerdoti: contrariamente all'apologetica martirologica (che si sa come gonfi le cifre, fino a parlare di 16.750 preti morti), lui stesso afferma che scomparvero 4.184 ecclesiastici, di cui 12 vescovi, 2365 frati e 283 suore. Lo stesso Franco fece fucilare molti preti (tra cui 400 - forse - chierici baschi, ritenuti fedeli al governo repubblicano). (p. 93) P. Preston, autore de La guerra civile spagnola, cita uno studio di padre Antonio Montero, che parla di 6.832 religiosi uccisi, e scrive che la Chiesa "si era attirata l'odio popolare per i suoi tradizionali legami con la destra e per la legittimazione che aveva apertamente offerto all'insurrezione militare". 

   Torniamo a Deschner: "come afferma anche José Bergamin, uno scrittore cattolico, prima della rivolta di luglio in Spagna non venne assassinato neanche un prete o un monaco. Si cominciò ad eliminarli considerandoli fascisti o guerriglieri solo quando il clero, per ordini dall'alto, intervenne a favore dei militari, contro il governo" (p. 93-4)

   Bergamin stesso scrive: "nessuno di loro, neanche uno, è morto per Cristo. Essi morivano per Franco. Li si può considerare eroi nazionalisti, vittime politiche ma non martiri" (p. 94)

   L'Osservatore Romano incita: "questa battaglia è una crociata di gente per bene che non intende sollevarsi contro le autorità, ma opporsi al crimine e alla barbarie. Restare in disparte è peccato, addurre un qualsiasi pretesto per non intervenire è ingiusto, arrendersi è un crimine e il crimine non può trionfare, le virtù non possono essere disconosciute"; poi il 20 novembre 1937 scrive: "tutti i cittadini onesti dovrranno essere uniti, senza badare alla diversità di opinioni, per poter realizzare quel progetto comune che mira a scacciare dal paese i nuovi barbari senza Dio e senza patria, quali che siano le conseguenze che ciò comporta" (p. 94)

   Lettres de Rome elenca tutti i comunicati antisovietici del papa durante la guerra civile spagnola (editore il gesuita Ledit). La Chiesa organizza congressi anticomunisti da lei finanziati per fomentare la lotta (Congresso del Cristo Re del 1937 a Poznan; della Commissione Internazionale Pro Deo a Ginevra, quello di Lisieux - dove va Pacelli, cardinale legato -, quello del Cristo Re di Laibach nel 1938 e quello eucaristico di Budapest - presente Pacelli): tutto per promuovere le teorie anticomuniste di Pio XI nell'enciclica Divini Redemptoris (19 marzo 37).

   Nei discorsi il papa accusa sempre il governo spagnolo repubblicano e difende i golpisti. Nell'estate del 1938 rifiuta la proposta avanzata dal governo francese e da quello britannico di aderire ad una azione di protesta contro il bombardamento dei civili, ma ringrazia Franco per un telegramma ricevuto, rallegrandosi che: "sentir pulsare nel messaggio di Sua Eccellenza il consueto spirito della Spagna cattolica" e mandando "dal profondo del cuore, la benedizione apostolica, quale pegno della grazia divina" (p. 95).

   Nel settembre del 1936 Franco reintroduce nelle scuole la lezione di religione, la preghiera prima e dopo le lezioni, l'obbligo di recarsi a messa insieme agli insegnanti nei giorni festivi e di domenica, le immagini di santi, cristi e madonne; chiese, alloggi vescovili e sacerdotali e impianti da loro gestiti vennero esentati dal pagamento dell'imposta fondiaria. Nel maggio del 39 vengono riabilitati i gesuiti e gli vennero restituiti i beni. Il 2 febbraio del 1939 tutti gli Ordini acquistarono status giuridico. Insomma, viene clericalizzata l’intera società spagnola, fenomeno dal quale si sta cominciando ad uscire solo questi ultimi decenni – e capisco anche perché in Spagna ci sia una certa dose di risentimento.

   Il 10 febbraio 1939 muore Pio XI. Il primo aprile del 1939 Pio XII si congratula con Franco: "alzando i nostri cuori a Dio, ci rallegriamo con Sua Eccellenza per la vittoria riportata e a lungo sospirata da tutti i cattolici. Nutriamo la speranza che il Suo Paese, una volta riacquistata la pace, possa riallacciarsi con rinnovato vigore all'antica tradizione cristiana" (96)

   A me sembra quindi che tale scelta di beatificazione apparentemente solo religiosa o "pietistica" rientri invece in un disegno di revisionismo storico che contribuisce a denigrare l'antifascismo in generale e che, cosa peggiore, strumentalizza i morti.
   A proposito, da qui potete scaricare un volantino informativo redatto da "No Vat" sulla beatificazione.

giovedì, 25 ottobre 2007

TOSCANI

Da qui mi è venuta l'idea di arrivare qui (sotto). Ho detto, Toscani ha fatto trenta, facciamo trentuno:



L'ORIENTAMENTO RELIGIOSO NON E' UNA SCELTA


(Per la cronaca, il prete è Nanni Moretti nel film "La messa è finita")

Andate in pace.



postato da: Tapioco alle ore 17:35 | link | commenti (4)
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domenica, 21 ottobre 2007

Sul CROCEFISSO, così, senza un perchè, un che di appunti sparsi

Prima c'era e non c'era, negli uffici pubblici.
Anche se il cattolicesimo era religione di stato, nel regno postunitario la cosa non dava effetti di clericalizzazione come è stato - e continua ad essere - e c'erano comunque delle leggi che garantivano una certa "laicità" (per i tempi), senza contare che l'anticlericalismo aveva un certo peso.

La vera svolta ci fu col fascismo.
 
Parlando dei Patti Lateranensi, Guerri scrive "...l'insegnamento della religione veniva reso obbligatorio nonchè considerato "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica" nelle scuole elementari e medie. In conclusione, il fascismo ribaltava tutta la legislazione liberale e riconosceva alla Chiesa un potere sulle vite dei cittadini". (G. B. Guerri, Fascisti, Milano, Mondadori, 1995, p. 148).
 
Nella prima biografia "ufficiale" dell'epoca dedicata al "romagnolo dalla non folta chioma", Margherita Sarfatti scrive estatica che contro "l'agnosticismo" liberale "introdusse di nuovo il Crocefisso e la preghiera del mattino nelle scuole elementari" (M. Sarfatti, Dux, Milano, Mondadori, 1932, p. 43).
 
Se vogliamo metterci il carico, possiamo anche dire che in un messaggio inviato nel 1925, Galo Recupero (presidente del Magistero in Spagna) si complimenta col suddetto "romagnolo" così: "Che il Divino Crocifisso, la cui immagine benedetta avete rimesso nelle scuole d'Italia, vi benedica e vi premi" (Il Popolo d'Italia, n. 91, 16 aprile 1925, XII, citato nell'Opera Omnia di Mussolini, XXI vol., p. 460).
 
A questo messaggio Mussolini ossequioso risponde:
"la ringrazio vivamente delle sue parole. Esse mi sono tanto più gradite, in quanto mi vengono da coloro che dedicano la loro vita all'educazione dei giovani e ai quali è affidato perciò l'avvenire della patria [...] Difendere l'ordine morale nella famiglia, nella scuola e nella nazione, è veramente quello che io credo essere la missione del fascismo".
 
(Da notare che la politica italiana ha fatto zero progressi in merito, se nel 2007 la maggior parte dei deputati e senatori usano le stesse parole per difendere crocefisso e compagnia bella - basta sostituire la parola "fascismo" con qualsiasi altro sistema politico vigente).
 
Quindi, il punto non è che il crocefisso fosse eventualmente presente negli uffici pubblici durante l'epoca di Cavour, ma che durante il fascismo venne imposto con circolari ministeriali a tutti gli uffici e a tutte le scuole con evidenti finalità di clericalizzazione.
Ed è per questo che - come la vedo io - la lotta per la laicità serve per il superamento prima di tutto culturale del fascismo e del cattofascismo (che, seppure in versione soft, hanno effetti anche oggi, specie con l'isteria dell'"identità cristiana" e tutto ciò che ne consegue).

A proposito, venerdì 7 dicembre alle ore 08,00 a Piazza Indipendenza di Roma ci sarà un sit in a sostegno del giudice Luigi Tosti, colpito da provvedimento disciplinare del CSM perchè "colpevole" di voler rimuovere il crocefisso dalle aule del tribunale di Camerino.

http://uaarroma.altervista.org/index.php

martedì, 17 luglio 2007

IL GRANO E LA ZIZZANIA

   Molto spesso sento nei dibattiti riguardanti la religione la necessità di distinguere tra la Chiesa come istituzione (che è a volte terrena, maneggiona, parassitaria e oscurantista, come ben sappiamo) e il cristianesimo come religione, come fede pura e disinteressata, caratterizzata da valori elevati. Non nego che ci sia la necessità di distinguere di volta in volta le situazioni e le persone, senza generalizzare troppo, però dovremmo un attimo soffermarci sull’intrinseca contraddizione che esiste in questa separazione forzosa tra la “struttura” e la “sovrastruttura” (per usare una terminologia marxista, che in questo caso può rendere l’idea).

   Fin dalle origini infatti il cristianesimo è stato diffuso da una “chiesa”, da una istituzione più o meno organizzata (prima unione di semplici comunità), che andata via via strutturandosi col passare dei secoli. E’ proprio questa istituzione ad aver creato e diffuso il mito: non si pensi che a certe persone, duemila anni fa, siano arrivati magicamente dei testi sacri piovuti dall’alto, già belli scritti, che avevano il compito di diffondere. Questa è una visione religiosa, irrealistica (e anche comoda). E’ invece quella “chiesa” che ha creato dei testi sacri – non ci interessa qui sapere in base a quali storie, o se la figura di Gesù sia storicamente attendibile –, che li ha via via manipolati, fatti “lievitare” (emblematica la questione della resurrezione mancante nelle versioni più antiche e sconosciuta ai primissimi apologeti come Papia), che ha costruito praticamente a tavolino una certa teologia nel corso dei primi secoli (una sommaria comparazione di mitologie ci fa capire quanto il cristianesimo rappresenti una fusione di paganesimo, ebraismo, culti orientali). Noi conosciamo i resoconti evangelici (e i suoi “valori”) proprio perché una chiesa li ha scritti, cesellati, scelti e fatti pervenire fino a noi, tanto che le versioni eretiche semplicemente sono state fatte sparire (le abbiamo infatti ritrovate in maniera quasi fortuita). Ciò che noi sappiamo di Gesù, quello che ci viene mostrato di questa figura, è né più né meno che il “prodotto” di una certa istituzione. Le eventuali discrepanze e i “margini di manovra” che lasciano i vangeli andrebbero inquadrati più come il frutto di visioni differenti o di contrasti interni (o “eresie”) al mondo cristiano, o come influenze di elementi esterni ma affiancati al cristianesimo (ad esempio l’ebraismo zelotico, o le altre religioni orientali).

   Quindi, criticare la Chiesa come istituzione temporale ma allo stesso tempo “salvare” il Cristo che emerge dai vangeli, o i valori cristiani in generale, pensando che le due cose possano essere distinte, sarebbe come distinguere una multinazionale da ciò che vende. Come dire: X è un’azienda che sfrutta i bambini, è immorale, pensa solo ai soldi, foraggia regimi dittatoriali, aliena la gente, impone stili di consumo assurdi e contrari all’ecologia… però queste scarpe (o hamburger, o quello che volete) sono proprio carine/i e le compro, mi piacciono a prescindere. Ciò non toglie, ovviamente, che alcune storie evangeliche siano edificanti, o emozionanti (proprio come le favole di Esopo, per dire, o altri miti, né più né meno).

   Esiste inoltre un’altra considerazione inerente ai valori cristiani. Si afferma che essi vengono ricavati dalla storia e i comportamenti di Gesù: ma il problema di fondo è che molto spesso tale astrazione è fin troppo forzosa, tesa a tralasciare elementi più imbarazzanti, come gli inviti guerreschi dello stesso Gesù; poi, diciamolo francamente, non è che i vangeli siano il massimo della neutralità. Anzi, proprio in quanto fonti che dovrebbero “dimostrare” addirittura la divinità di un uomo, rappresentano in realtà il massimo della faziosità – se non della falsificazione storica, dato che essi sono pieni zeppi di contraddizioni ed errori ormai documentati da secoli, anzi, che erano noti già ai primi critici del II-III secolo come Celso e Porfirio da Tiro (tanto che la critica va sempre a battere su quei punti, perché quelli sono e le chiacchiere stanno a zero, anche se gli apologeti poi hanno buon gioco ad accusare la critica stessa di “idee vecchie”). E’ ovvio che siano costruiti apposta per mostrare una visione il più possibile “buona” e “pura” di Gesù, focalizzandosi in maniera edificante (e volutamente pubblicitaria) sul meglio che questo personaggio avrebbe fatto (o avrebbe dovuto fare, dato che è ormai assodato che questi testi sono stati scritti da gente estranea ai fatti, che non ha mai conosciuto questo Gesù – a patto che sia vissuto realmente). Inoltre, ad una lettura più approfondita, quei testi sacri appaiono raffazzonati, contraddittori, immersi in una sorta di paese dei balocchi, quasi del tutto ignari della situazione sociale e culturale che “dovrebbero” descrivere, frutto di spunti stratificati (e occultati, come la questione dei movimenti zeloti, a cui alcuni apostoli sono direttamente collegati).

   Man mano che vado avanti nell’interessarmi a certe cose, mi faccio l’idea che il cristianesimo sia stato scientemente pianificato secondo valori “elevatissimi” (come il perdono e l’amore per il nemico) che sono strutturalmente contraddittori, controproducenti a fini personali e sociali, irrealistici (se non assurdi e distorti) e irraggiungibili, quasi fossero uno specchietto per le allodole. Nel senso che quasi nessuno (a parte pochissimi volenterosi o esaltati) di fatto, checchè si professi cristiano perché eredita un certo impianto socio-culturale, può perseguire pienamente certi “valori”: quindi la stragrande maggioranza della gente continuerà a vivere come sempre fatto, con punte di pietismo, devozione o pentimento in particolari momenti di slancio emozionale. Ma la sostanza non cambierà, né cambierà la società (tanto, se si sbaglia, anche gravemente, è perché si è “deboli”, “peccatori”, e ci si può pentire – ancora di più se questi “errori” servono per diffondere la cristianità).

   Quindi propagandando certi “valori” il cristianesimo prospererà, anche solo perché si guarda con ammirazione il sant’uomo di turno che, negando la sua vita, ha però raggiunto il divino e la spiritualità (mi è capitato di sentire di gente che era molto dubbiosa sull’esistenza di dio, ma devota a padre Pio, per dire). Ma il fatto che tali valori siano strutturalmente corrotti porterà per forza alla loro distorsione e all’attuazione di comportamenti intolleranti e distruttivi: ecco perché la storia del cristianesimo è piena di azioni nefande attuate in suo nome. Il cristianesimo inoltre è stato elaborato per creare automaticamente delle scappatoie in caso di comportamenti atroci, favorendo in sostanza l’immoralità: da una parte qualsiasi atrocità o falsità è coperta dal “dio” di turno, o come già diceva Agostino, è fatta “in nome dell’amore” (e il cristianesimo, tra guerre, intolleranza, disturbi mentali e genocidi di interi popoli di danni ne ha fatti), quando serve; dall’altra si potrà convenientemente tacciare di eresia o lontananza dal cristianesimo chiunque non si adegui – proprio perché è impossibile – a certe idee morali “cristiane” e allo stesso tempo non sia in linea con gli interessi della Chiesa. Così, per fare un esempio forse difficile, i longobardi sono anti-cristiani perché hanno tentato di annettersi Roma, mentre gli antenati di Carlo Magno che sono scesi in Italia a massacrare i longobardi stessi erano benedetti dal papa, in quanto difensori della Chiesa – non importava il fatto che loro stessi fossero degli usurpatori e avessero ordito congiure in patria per scalzare i merovingi; oppure, chi fabbrica un testo sacro di suo pugno o lo manomette (in pratica, falsifica la realtà) lo fa per “amore” – come accadde effettivamente per gente che inventò lettere paoline (tuttora usate) o altri testi – e sarà tranquillamente perdonato perché comunque lo ha fatto per la prosperità della Chiesa (e così via… gli esempi potrebbero essere migliaia, anzi, inviatene voi a me). Il meccanismo che si crea è progressivo, nel senso che un errore non fa che favorirne altri e in sostanza copre quelli precedenti, perché intervengono altri elementi (per esempio il testo, anche se “falso” agli occhi di qualche povero scettico occhiuto e “materialista”, in realtà è utile e “vero” perché risveglia la fede, la devozione, il legame con la Chiesa… e tutto ciò ha origine fin dagli inizi del processo cristiano, con gli stessi vangeli).

   Così, i crociati erano “in fondo” nel giusto perché comunque portavano in punta di lancia la parola di dio e l’amore (usando metodi che cancellavano sistematicamente i “grandi insegnamenti cristiani”), mentre personaggi scomodi e imbarazzanti potranno essere definiti non cristiani, come una zavorra della quale ci si vuole liberare. E così si può chiedere tranquillamente scusa dopo duemila anni di danni e di morti (o almeno far credere di averlo fatto, perché se si leggono queste famigerate “scuse” ci si renderà conto che pongono fin troppi distinguo per risultare effettive). Quindi si crea, in seno al cristianesimo, questo abisso incolmabile tra teoria e pratica, che si è “invitati” a colmare con tutti i propri sforzi e che ne permette la persistenza, perché, in fondo questa religione ha dei “buoni principi”, solo che la gente è troppo debole o troppo poco pura per perseguirli, si dice. Ciò genera una “doppia morale” molto comoda, che in sostanza deresponsabilizza, in nome di un “disegno” più grande, anzi, divino! Da una parte la teoria astratta di Cristo, icona irraggiungibile ma che riesce a coinvolgere a livello emozionale per la sua carica utopica e per l’empatia che abbiamo naturalmente per le vittime; dall’altra la pratica della Chiesa, che però ha creato la stessa icona irraggiungibile per coprire i suoi disegni di controllo. In questa dialettica inestricabile che genera continuamente fede e persistenza, la soluzione non sta nel tendere disperatamente alla “teoria”, contraddetta in eterno dai fatti e dagli uomini e per sua natura irraggiungibile (come dice Kierkegaard, ovvero proprio un cristiano) prendendo come esempio l’icona promozionale ed evanescente Gesù, ma uscire da questo circolo vizioso – prima di tutto culturale –, impostando la questione dell’etica su tutte altre basi, che siano concrete, umane e sociali.


venerdì, 29 giugno 2007

DE LUCA, MI SA CHE "ERRI"...

   Una delle “argomentazioni” in voga non da oggi, ma da svariati secoli – anzi, oramai da millenni – è la convinzione stereotipata che l’ateo, colui che si chiama fuori da una qualche religione, debba necessariamente essere un “assolutista”, che quindi trascenda in una convinzione “dogmatica”. Connesso a tale affermazione è lo stereotipo che gli atei abbiano sempre la puzza sotto al naso, sentendosi superiori ai credenti. L’ultimo propugnatore di tali sfolgoranti banalità è stavolta Erri De Luca. Probabilmente la lettura eccessiva della Bibbia, specie in lingua originale, può far entrare in certi circoli viziosi del pensiero, portandoci ad equivocare le storie edificanti con la realtà. Non è un caso che tale accusa agli atei sia uno dei cavalli di battaglia dell’apologetica, cattolica in particolare, una di quelle storielle universalmente diffuse e “note a tutti” (specie al “popolo umile”).

   Lo scrittore napoletano arriva a dire, per usare un termine anch’esso di moda, che gli atei sarebbero quindi dei “talebani”. Ma facciamo un attimo mente locale. Che cosa comporta essere non credenti, e quali sono le motivazioni che spingono a tale passo (dai più giudicato “insano”, a quanto pare)?

   L’ateo giunge a tale posizione filosofica – generalmente – non perché abbia in tasca la dimostrazione incontrovertibile (o “assoluta”) dell’inesistenza di dio, ma perché, alla luce delle informazioni disponibili, ritiene che le “prove” addotte dai difensori della divinità di turno non siano così efficaci. Un’impostazione metodologica corretta infatti consiste nel partire dal fatto se qualcuno afferma in maniera positiva l’esistenza di una qualche entità, dovrebbe presentare delle giustificazioni che reggano. E quali sono, nella sostanza, le famose prove dei credenti? In genere sono: l’argomento “ontologico”; quello “cosmologico”; l’esistenza di determinati testi sacri, la bellezza e l’ordine del creato, la necessità di una morale. Nessuno di questi, in realtà, regge ad un’analisi più approfondita.

   Per la prova ontologica: il fatto che gli umani possano pensare a qualcosa, non implica che tale cosa esista (per esempio, un’idra, o Doraemon). Per la cosmologia: l’universo, nel suo complesso, non necessita di qualcuno che lo abbia creato (anche perché, si aprono tutta una serie di imbarazzanti problemi teologici del tipo: dov’era dio prima della creazione? E perché non potrebbe essere stato creato da un altro dio “più grande”?). Tale idea nasce infatti da una errata osservazione di ciò che abbiamo intorno: difatti niente viene “creato”, ma le cose si formano come il frutto di momentanei trasferimenti di energia e materia già esistenti; inoltre, col big bang inizia di fatto lo spazio-tempo, quindi non ha senso parlare di “creazione” che implichi un “prima”, portando alla conclusione che l’universo è sempre esistito. Il fatto che determinati testi giudicati sacri parlino di divinità o miracoli non dimostra proprio nulla in sé (anche perché tutte le religioni, anche quelle giudicate “errate”, hanno dei testi fondativi), dato che l’attendibilità di testo dipende da altri fattori esterni ad esso: i vangeli e la Bibbia in generale, ad esempio, che sono così ricchi di incongruenze interne e non reggono il confronto con la storia, non sono il massimo dell’attendibilità, anche se naturalmente sono edificanti. Inoltre, le moderne discipline hanno da qualche secolo disintegrato qualsiasi pretesa di ordine “benevolo” dell’universo, mettendoci di fronte ai tremendi meccanismi dell’evoluzione biologica con annessa selezione naturale e a dinamiche stellari distruttive e implacabili. La concezione "naturalistica" avanza spiegando i fenomeni in base a ciò che accade concretamente, senza il bisogno di ulteriori elementi, tanto che la religione e le spiegazioni "divine" vengono ormai sospinte in campi sempre più inaccessibili, lontani o nascosti (non che ci sia in ciò qualcosa di "provvidenzialistico" o "inelutabile", ma constatiamo solamente che la conoscenza tende ad accumularsi e ne genera altra). Da tempi molto antichi (basti pensare a certe scuole della filosofia greca) è stata elaborata una morale non richiede più la minaccia della dannazione eterna e delle pene infernali, dato che possiamo e sappiamo comportarci in maniera civile, tollerante e positiva coi nostri simili anche senza, per il solo gusto di fare del bene.

   Di corollario vi sono le argomentazioni legate al “sentimentalismo”: del tipo che si è troppo “gretti” nel chiedere una prova “materiale” del dio (magari quelle stesse persone non hanno nulla da ridire sui presunti miracoli, che rappresentano proprio una “intromissione” materialistica della divinità di turno), o che “bisogna aprire il cuore”, o che scienza e ragione sono insufficienti per capire (quindi, per “capire” – già il termine dovrebbe essere indicativo, perché implica connessioni logico-razionali –, per avere delle informazioni fondate dovremmo affidarci a sistemi che non garantiscono nessuna certificabilità, controllo o revisione critica, cioè perdendo quel poco che possiamo sapere). Come disse D'Holbach, sintetizzando la questione: "Per voi la natura è incomprensibile senza un dio: in definitiva, per spiegare ciò che capite ben poco, prendete in considerazione una causa che non capite affatto" (pressappoco è così la citazione)...

   Mi dispiace di aver così rozzamente e sommariamente sintetizzato le obiezioni alle prove divine, argomento che richiederebbe molto più spazio, ma era per far capire la questione per sommi capi. Insomma: qualcuno propone l’esistenza di un dio; l’altro non le ritiene fondate, adducendo delle contro-motivazioni plausibili. A questo punto, l’ateo può benissimo ritenere che dio non esista. La "sfida" continua, finchè il credente non adduce delle motivazioni plausibili.

   Vi è poi un’altra questione di fondo, che ruota attorno al concetto di “verità”. Gli atei non ritengono di possedere una “verità assoluta”, dato che i presupposti per arrivare ad una qualche sicurezza non sono “assoluti”. In una parola, non sono “dogmatici”. In particolare la scienza – così demonizzata, strumentalizzata e mistificata proprio da chi ha interesse a spacciare certe idee fideistiche – si fonda su un approccio relativistico e probabilistico. Nel senso che si giunge a certe conclusioni scientifiche perché una serie di fenomeni ripetuti nel tempo tende a confermarle; ma esse sono in ogni momento rivedibili e affinabili, se si presentano altri elementi. Quindi non possiamo parlare di scienza come “verità assoluta”: sono le religioni, con le loro pretese fideistiche, a porsi come assolutismi mentali, ammantati alla bisogna di “umiltà” e “semplicità”. Tutto il discorso rivela l’incoerenza, oltre che la strumentalità, della critica all’ateismo: quando fa comodo infatti, esso è equiparato ad una religione, ad un dogma assoluto (nonostante sia fondato su idee strutturalmente incompatibili col dogmatismo); in altre occasioni è ridotto ad una opinione “decadente”, fondata su presupposti deboli, che lascia il tempo che trova, che non è così "profonda" come la fulgida fede.

   Tutto il problema intorno all’ateismo sconta un problema d’impostazione, da parte dei credenti che lo denigrano: si ritiene che l’ateo sia uno che si “fermi” nelle sue sicurezze; si ritiene a torto che di debba incessantemente ricercare qualcosa di “alto” e che se non lo si fa la vita perda il suo senso. In realtà, da quello che vedo, ritengo che gli atei siano tra le persone che si interessano di più proprio di religione e di spiritualità, che tendono a studiarle, sviscerarle, analizzandone in profondo i meccanismi (e questo non solo per il cristianesimo, ma per tutte). A me sembra invece che siano proprio gli atei ad essere spinti ad una ricerca continua e a suo modo gioiosa, motivati da quel senso di meraviglioso e da quella curiosità di cui parlava Carl Sagan. E che tutto ciò sia strettamente connesso con la ricerca di un “senso della vita”, fuori da qualsiasi schematismo teologico. La convinzione, quella sì dogmatica, che debba necessariamente esistere qualcosa di “alto” che si trova “oltre” perché la vita appare limitata e insoddisfacente (e anche perché fin da piccoli ci hanno “aiutato” a pensare così, come una volta si “aiutava” a pensare che esistesse Zeus), non riesce a cogliere l’estrema e variegatissima ricchezza che esiste qui, nel nostro mondo, così pieno di persone e popoli con cui entrare in contatto, di cose da scoprire quotidianamente, di meraviglie da osservare e di cui godere, di sentimenti da sperimentare e far fiorire. Gli atei riescono benissimo a fare a meno di certe cose, accontentandosi del brandello di vita che possono sperimentare, sfruttandolo al meglio e con trasporto, senza pensare di essere inseriti in un qualche disegno da qualche super-padre che avrebbe montato tutta la scena solo per loro (e poi i credenti sarebbero “umili”…).

   Probabilmente è questo che dà più fastidio ai credenti: il fatto che un essere umano possa vivere “impunemente”, in maniera tranquilla e “umana”, senza il bisogno di certe sovrastrutture religiose, rivelando implicitamente e testimoniando continuamente, alfine, che tali concetti sono costruzioni mentali relative, arcaiche, posticce e soprattutto non necessarie, già per il fatto di non essere valide per tutti. Insomma, che costruzioni millenarie alle quali dedicano corpo e anima possano tranquillamente svanire nel nulla. Capisco quanto ciò possa essere doloroso agli occhi del credente, ma ciò non giustifica tale trattamento. Perché la religione non è naturale come l’acqua, al contrario di ciò che vorrebbero farci credere: somiglia più alla coca-cola, o alla birra. Ovvero, acqua colorata e camuffata. Semplicemente, a certa gente basta solo l’acqua, per dissetarsi. Ma qualcuno vuole sempre venderci coca-cola o birra, a quanto pare, con delle pessime pubblicità.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


giovedì, 28 giugno 2007

OPPOSTI ESTREMISMI?

   Ieri Veltroni è si è candidato ufficialmente per capeggiare il Partito Democratico. E’ chiaro che è uno dei pochi che per attitudine ed esperienza, può provare a riunire tradizioni e umori politici a tratti diversissimi, se non contrastanti: è un buon diplomatico, carico di una certa dose di “buonismo”.

   Ciò però può condurre anche, nel tentativo forzoso di riappacificare gli animi a tutti i costi, ad una certa confusione e ad un certo appiattimento delle posizioni. Tale questione è emersa proprio quando ha parlato della laicità, dicendo che l’Italia deve essere unita e che bisogna rifuggire tanto l’integralismo religioso quanto il laicismo esasperato.

   Ma il problema di fondo è che non si può essere equidistanti rispetto a queste due attitudini, nonostante gli equilibrismi, perché non vale la regola facilistica degli “opposti estremismi”. Per una semplice ragione: l’integralismo religioso è per sua natura esclusivista, tendente alla conservazione e alla chiusura; quel laicismo “esasperato”, checchè se ne dica, è il presupposto per l’uguaglianza e la democrazia tra i cittadini. In Italia, è vero, c’è stato e continua strisciante un certo anticlericalismo – che personalmente giudico becero e controproducente, perché ingenera automaticamente vittimismo – ma non possiamo continuare a parlare di laicismo dandogli un’interpretazione (comoda) come faceva Mussolini quasi un secolo fa. Quel laicismo “risorgimentale” è andato, non sta più in piedi, anche se certi riferimenti possono ancora servire a livello ideale. Figuriamoci se sussiste la barzelletta che va tanto di moda anche qui sul web di una contrapposizione tra “laicità” e “laicismo”.

   Il laicismo è un sistema di pensiero e di agire politico per cui la religione è tenuta al di fuori della sfera pubblica per dare a tutti le stesse possibilità e gli stessi diritti, ovviamente garantendo nel privato la libertà. La laicità (e quindi l’aggettivo “laico”) indica l’attuazione di tali principi nella sfera delle istituzioni (vedi una scuola “laica”, un ufficio “laico” e via discorrendo).

   Parliamo di fatti, di leggi. L’integralismo vorrebbe imporre a tutti un unico modo di gestire la propria vita – ufficialmente o indirettamente rifacendosi a dogmi e tradizioni religiose (anche se i sofisti tendono ad addurre motivazioni “naturalistiche” o extra-cristiane, per esempio strumentalizzando il paganesimo, che quando serve però è eresia). Il laicismo vorrebbe aprire delle possibilità e fornire dei mezzi a chi la pensa in modo diverso rispetto alla maggioranza religiosa. 

   Torniamo sempre sugli stessi argomenti: divorzio, aborto, procreazione assistita, convivenze e coppie gay, eutanasia, esposizione di simboli religiosi in contesti pubblici, insegnamento di un’unica religione nelle scuole, finanziamenti e privilegi ad un'unica istituzione clericale. Il laicista lascia la possibilità di scegliere, considerando ogni singola e particolarissima situazione e muovendosi per mezzo di principi etici non dogmatici o assoluti. L’integralista mi pare proprio di no.

   Ecco perché semplicemente, non può esservi accordo tra le due attitudini, perché una nega la libertà altrui, mentre l’altra la permette. Sarebbe come dire che fascismo e democrazia sono in qualche modo compatibili. E’ bene che anche nel futuro PD si scelga con chiarezza da che parte stare, considerando che non si deve cadere nell’errore di spaccare la società italiana tra “laici” e “cattolici”. Infatti la categoria del “laico” comprende sia credenti che non credenti, dato che è un’attitudine sociale, psicologia e politica che punta alla pluralità e al tentativo di apertura e comprensione. Sarebbe molto più corretto parlare di contrapposizione tra “laici” e “confessionalisti”: ed è bene che certi termini comincino ad entrare in circolo. Non vorrei, come mi è capitato di sentire, che una professoressa definisca ancora Mussolini “laico”: dato che egli era ateo (almeno agli inizi, anche se non sono tanto sicuro che la sua conversione successiva fosse genuina e non motivata da questioni prima di tutto politiche e d’immagine) e tutt’altro che favorevole ad una separazione tra stato e Chiesa (dato che, a dirla tutta, i problemi di laicità in Italia sono cominciati tutti da lui, che ha reintrodotto forzosamente il cattolicesimo come religione di stato). Si potrebbe definirlo, oggi come oggi, un “ateo devoto”, al limite. Questo è un piccolo esempio che ci fa capire come la manipolazione dei termini vada a mistificare il quadro generale, anche della situazione politica odierna.

   In più, ci deve essere da parte dei politici – soprattutto di certi politici di sinistra – il coraggio di scegliere, di formare una chiara identità laica, rifuggendo i compromessi e il “volemose bene”: perché va bene il rispetto e va bene evitare le offese o i toni aspri (cosa che dovrebbero prima di tutto imparare a fare gli integralisti nostrani, papa in primis, dato che quotidianamente si arriva a denigrare la laicità, l’omosessualità e la non credenza con parole abbastanza discutibili), ma ci devono essere di fondo idee chiare e realistiche. Se certe persone semplicemente non vogliono porsi nell’attitudine della laicità e del dialogo, non bisogna prenderle in considerazione, con garbo, tutto quello che volete, ma anche fermezza. Altrimenti, questo PD rischia di diventare una Democrazia Cristiana di sinistra.

   Possiamo sperare che l’Italia torni (se mai lo è stata, sia chiaro, o se questa non sia una bella immaginetta costruita ad arte) ad essere “una” intorno a principi condivisi? Ritengo che oggi come oggi ciò sia impossibile, perché i tempi sono globalmente cambiati – ma non da oggi, dal Seicento-Settecento! Non possiamo più pensare di riunire i popoli in maniera globale e integrale attorno a principi religiosi, in Occidente: possiamo sperare che impostino un certo dialogo di convivenza secondo principi generali e nel quadro di pluralismo e laicità. Il problema è che certa gente, semplicemente, pretende di avere una “doppia cittadinanza”, una vaticana, l’altra italiana. Il problema è loro, non nostro. O almeno, molto più loro che nostro.


sabato, 23 giugno 2007

RECENSIONE DE "IL VANGELO SECONDO CESARE"

  In questi ultimi anni anche il web ha dato il suo contributo al dibattito critico sulla religione. Anzi, per certi versi, molti siti si sono posti all’avanguardia, dando voce ad una certa opinione pubblica ma in particolare ad appassionati e studiosi “dilettanti”, esterni al mondo accademico, i quali hanno dato spunti interessanti pur non avendo la possibilità di accedere al mercato editoriale ufficiale. I risultati, è vero, sono stati alterni – sia per i toni a tratti eccessivamente anticlericali che per l’attendibilità di certi siti – ma in questo mare magnum emergono comunque sorprese di estremo interesse.

   Tra i casi più riusciti abbiamo il lavoro di Biagio Catalano, curatore del sito www.alexamenos.com, che da anni è impegnato a fondo nell’analisi del cristianesimo, non indulgendo in tesi sensazionalistiche, ma inquadrando il fenomeno in maniera realistica e di ampio respiro. Il suo lavoro su questo tema è stato sintetizzato nell’opera Il Vangelo secondo Cesare, suddiviso in due parti. La prima, storico-sociale (Il gladio e l’aquila), che fa il punto sul silenzio della storiografia nei confronti di Gesù e sulle presunte “prove” addotte dall’apologetica, sulla tarda e sospetta formazione del Canone, sul contesto delle rivolte ebraiche contro i romani, sulle possibili influenze dei Flavi nella costruzione di questo mito. L’altra sezione dell’opera (La croce e la fenice) invece analizza in maniera comparativa i caratteri principali del cristianesimo confrontandoli con quelli di miti e filosofie antecedenti, facendo notare come la religione cristiana rappresenti una sorta di riedizione sincretica, sotto mentite spoglie, dei culti antichi riunificati dietro la “maschera” di Gesù, imposta dall’autorità imperiale per esigenze di omologazione e controllo.

   Nel momento in cui le religioni – ed in particolare il cristianesimo – sembrano rimontare, invadendo gli spazi di libertà ed operando in chiave scopertamente “politica”, scritti come questo rappresentano una risposta intellettuale ma anche civile per contrastarne le pretese e smitizzarle. Una risposta sia ai governanti, che hanno usato ed usano tuttora tali credenze per mantenere il proprio potere, sia alla vasta schiera di apologeti che manca di onestà intellettuale nell’analisi di tali fenomeni religiosi.

   E’ interessante notare come l’opera focalizzi l’attenzione sull’esame dei primi secoli, che rappresentano la fucina del cristianesimo e vengono spesso ignorati – o idealizzati – dalla storiografia, che preferisce spesso dedicarsi allo studio dei secoli successivi, ben più rumorosi, tra crociate e inquisizione.

   In realtà, l’acutezza dell’autore sta nel far capire che è proprio fin dalle sue origini che il cristianesimo perde consistenza e attendibilità storica, diventando un mito improbabile al pari di tutti gli altri che ha combattuto, con l’aggravante di essere stato imposto con metodi parecchio discutibili, sia a livello politico che psicologico. Basta leggere le dichiarazioni degli stessi padri della Chiesa, spogliate dagli sproloqui teologici, per rendersi conto di come la storia del primo cristianesimo sia fatta di plagi sistematici, manipolazioni storiche, uso costante di fallacie logiche e incessante volontà di occultamento della realtà, in nome di un’idea totalizzante. Tutto ciò che è venuto dopo non poteva che essere il frutto malato di questa strategia e di questa impostazione originaria.

   L’opera, affrontando temi poco battuti, a tratti può apparire troppo specialistica e tale da richiedere l’integrazione con altre letture, per alcuni concetti non approfonditi, specie a livello mitografico. Ciò avviene più che altro per esigenze di spazio, dato che il libro è stato stampato a spese dell’autore, non avendo trovato un editore disponibile a “rischiare” con un’opera così critica. Quello che distingue questo scritto da altri diffusi in questo periodo e firmati autori più noti è in particolare l’attenzione per lo studio comparato della mitologia e l’esame approfondito della patristica, che rivelano una notevole erudizione, mai noiosa, anzi mitigata da una certa dose di ironia.

   Il Vangelo secondo Cesare fornisce quindi un contributo interessante per analizzare senza imbarazzo o senso d’inferiorità il cristianesimo, da un punto di vista orgogliosamente e seriamente laico, soprattutto in un paese come l’Italia, dove la situazione politica e culturale ancora risente di una pesante influenza del cr