"http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-transitional.dtd"> IL GUARDONE ROMANO

IL GUARDONE ROMANO

"Dobbiamo essere pratici, vedere il mondo nella sua giusta luce, coi suoi pregî e i suoi difetti. Non dobbiamo temerlo, ma conquistarlo con l’intelligenza, e non esserne schiavi. La nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi. Non ha rispetto di sé stesso chi si disprezza e si definisce miserabile peccatore. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi, e guardare il mondo con sicurezza. Dobbiamo rendere questo mondo il migliore possibile, e se non è proprio come lo desideriamo, sarà sempre migliore di come ce lo hanno ridotto. Un mondo migliore richiede sapere, bontà e coraggio. Non bisogna rimpiangere il passato o soffocare la libera intelligenza con idee che uomini ignoranti ci hanno propinato per secoli. Occorre sperare nell’avvenire, e non voltarsi a guardare a cose ormai morte, che, confidiamo, non rivivranno più in un mondo creato dalla nostra intelligenza" (Bertrand Russell, Perché non sono cristiano, 1927).

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Utente: Tapioco
Uno qualunque tra le migliaia di laureati in Scienze Politiche che sforna l'università Sapienza di Roma. Adesso, paradossalmente ma non troppo, studia più di prima.

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lunedì, 14 aprile 2008

TRASLOCO!




Ho deciso di riprendere il blog. Ma forse mi serve cambiare aria - anche se informatica... Ristrutturazione, riordino, nuove prospettive, sia dentro che fuori. Continuo fluire ed espandersi, tipo l'universo. Grandi cose avvenute intanto, tipo una laurea. Progetti intellettual-letterari in corso, si spera. Ed è anche per questo che per mesi il blog è stato muto. Mi scuso con tutti quelli che mi seguivano e che hanno chiesto di me, o sono rimasti delusi. Adesso si riparte. Voltiamo pagina.


Ci rivediamo su IL NUOVO GUARDONE ROMANO


sabato, 27 ottobre 2007

Un tg ...franco

   Ormai quando vedo i telegiornali succede spesso che mi salga una certa indignazione; questo perché ti rendi conto di come consapevolmente i tg delle principali reti nazionali non facciano altro che diffondere una vera e propria disinformatjia sistematica – che rientra in una vera e propria strategia mediatica e culturale – per quanto riguarda la religione. Il problema è che, nella situazione culturale (si fa per dire) e sociale del nostro paese, è molto difficile uscire da questo circolo vizioso propagandistico. Forse è ora che la componente laica reclami una parità di trattamento e spazi equi e garantiti sulle televisioni pubbliche, specie nei programmi informativi, dato che paga le tasse proprio come tutti gli altri e riceve in cambio il nulla o quasi, mentre non si fa altro che spingere sempre più avanti la propaganda clericale.

   Tra le altre cose abbiamo: esaltazione tra l’acritico e l’estatico della fede, della Chiesa, dei santi, con connesso martellamento costante (Goebbels docet) anche con forme subdole e popolaresche come gli sceneggiati (anzi, le fiction, dato l’argomento); trattamento superficiale o distorto della laicità, della scienza e del modo di pensare non religioso; diffusione unidirezionale di notizie inerenti “attacchi” alla religione – anche se insignificanti – cui fa da contraltare il completo occultamento di quelle riguardanti le discriminazioni fomentate dalle religioni e simili; revisionismo storico.

   Interessante, per quanto riguarda quest’ultimo carattere, il trattamento riservato dai Tg2 di questa sera sulla beatificazione di domani di quasi 500 “martiri” uccisi negli anni Trenta in Spagna (tra l’altro, ironia della sorte o scelta voluta, domani si “festeggia” anche la marcia su Roma – della serie: due piccioni con una fava).

   La strategia mediatica “di base” consiste sostanzialmente nel creare una cappa fumogena di vaghezza, in cui inserire informazioni che colpiscano – soprattutto a livello emozionale. La necessità di rendere “veloce” il servizio diventa un ottimo paravento per la disinformatjia clericaleggiante, perché permette di occultare buona parte delle informazioni.

   La beatificazione di massa sarà una corposa occasione turistica, ma a parte ciò il problema è che questa scelta – come altre – ha dei significati prima di tutto simbolici che non possiamo non cogliere: mentre ad esempio Zapatero in Spagna propone leggi "della memoria" contro il franchismo (sapete com’è, oggi c’è la democrazia…) e va avanti con una legislazione laica che colpisce il monopolio cattolico, il Vaticano decide di santificare una serie di "martiri" uccisi dai crudelissimi repubblicani-anarchici-comunisti-laicisti-atei spagnoli (il servizio azzarda persino “satanisti”!).

   Tra gli aneddoti strappalacrime, abbiamo il caso di uno degli uccisi che perdonando il plotone d’esecuzione prende una pallottola che gli trapassa proprio la mano benedicente. Dopo che, come succede di solito, si era accennato di sfuggita alla questione che “alcuni” – i soliti ateacci in malafede, altroché – ritenevano che la scelta di questa beatificazione avesse dei chiari risvolti politici contro Zapatero, una delegata clericale d’apparato è lì a tranquillizzare l’opinione pubblica che questa occasione è “per la Spagna” (ovvero “per” il paese che a maggioranza aveva votato proprio il governo Zapatero) e che il governo odierno osa andare contro la Chiesa, addirittura la “attacca” – come se fare delle leggi che permettano anche a chi non segue i dettami della Chiesa di avere delle possibilità e dei diritti sia un delitto imperdonabile. Insomma, non si tratta affatto di uno spot contro le forze laiche spagnole. È interessante notare come spessissimo i tg clericalizzati portino in maniera superficiale e ben controllata opinioni contrarie alla tesi propagandata – spesso sotto forma di anonime e brevi domande retoriche fatte dalla stessa voce fuori campo, senza alcun approfondimento – con lo scopo evidente di controbatterle in maniera ampia (avendo a disposizione molto più tempo, mezzi, propagandisti).

   Facciamo quindi delle precisazioni sulla guerra civile spagnola, dato che il tg in questione è stato abbastanza incompleto (non voglio nemmeno immaginare quanto incompleti saranno quelli di domani, in piena estasi beatificatoria). Ovviamente non si dice una parola sui repubblicani uccisi in maniera ugualmente efferata dai cattolicissimi franchisti (parecchie centinaia di migliaia, anche dopo la guerra): forse perché i morti cristiani sono "più" morti degli altri... L'unico messaggio che passa è che i repubblicani andavano in giro a dar fuoco alle chiese, a violentare suore, a uccidere preti e così via... e sotto sotto che gli eredi di questi siano i rappresentanti odierni della sinistra spagnola. E infatti, come ciliegina sulla torta del servizio, appare lo storico Franco Cardini (manco a dirlo, di “ispirazione” cattolica), che – ovviamente nel modo tipico che alterna sofisma a indoramento della pillola – ci conferma proprio la superiore dignità dei “martiri”, più “martiri” di altri dato che sono morti per il Cristo (della serie autoreferenzialità a go go), ricordandoci con la sottile e compiaciuta retorica splatter come la storia della Chiesa sia santificata proprio da questi martiri, fin dagli inizi della sua storia. Ci sarebbe un’altra lunga digressione da fare – perché alla disinformatjia si aggiunge disinformatjia – dato che il numero dei “martiri” in generale va parecchio ridimensionato, essendo stato gonfiato (fin dagli inizi del cristianesimo, appunto), proprio per strumentalizzare i morti a fini apologetici, con storie evidentemente assurde; e inoltre perché – chissà come mai – si parla ben poco dei non cristiani massacrati da cristiani, indulgendo invece sui cristiani “macellati” (come ama dire ad esempio Socci, nei suoi exploit).

   La questione non è che questi martiri se lo siano “meritato”, quanto chiedersi quale era il ruolo della Chiesa durante la rivolta franchista e il franchismo, cosa di cui non si è parlato affatto. Siamo sicuri che il clero fosse estraneo al conflitto? Che molti monasteri e simili non funzionassero come centri militari "informali" (stoccaggio e smistamento di armi, reclutamento, raccolta, occultamento di franchisti, propaganda ideologica, azioni di disturbo o di collaborazionismo in un contesto di guerra civile), come è stato effettivamente riscontrato in certi casi? Tra l'altro, ho letto in giro su internet che uno dei beatificati sarebbe stato effettivamente un torturatore franchista. Sarebbe interessante, per chiarezza, vedere che cosa facevano gli altri "martiri" prima di essere uccisi.

   In sostanza, la Chiesa collaborò fattivamente con i militari in rivolta – appoggiati da Italia fascista e Germania nazista – contro il governo repubblicano che aveva preso misure laiche. Chiaramente, nel contesto di guerra civile, ci furono episodi efferati, ma bisognerebbe anche avere l’onestà intellettuale di spiegare che essi furono perpetrati da entrambe le parti, anzi, che da parte franchista i massacri furono ben più pesanti (anche grazie all’appoggio della Chiesa, appunto) e che nelle zone repubblicane, dopo una fase di vuoto di potere in cui si confondevano vendette private, uccisioni di innocenti e punizioni a traditori e collaborazionisti col nemico, dopo qualche tempo la situazione si fece più tranquilla. Non si tratta di mostrare indulgenza totale per i repubblicani – che commisero pure le loro efferatezze – ma di ricordarsi che i primi lottavano contro il fascismo e per la libertà, mentre i franchisti e la Chiesa nel complesso (anche i religiosi inconsapevoli) lottavano contro, per un sistema autoritario o addirittura totalitario, più vicino al fascismo e al nazismo (che appunto si impose subito dopo la guerra). Come per la questione partigiani/fascisti, non vorrei che dalla denuncia dei massacri compiuti si passasse alla condanna totale: perché, è bene sempre ricordarlo, oggi siamo in un contesto democratico anche perché tanta gente ha lottato per questo, mentre se avessero vinto gli “altri” (che allo stesso modo hanno compiuto le loro efferatezze), ci sarebbe una dittatura. Volenti o nolenti, non possiamo mettere repubblicani e franchisti sullo stesso piano.

   Tutto questo per dire che citare strumentalmente qualche migliaio di morti solo perché religiosi e “innocenti” è fortemente scorretto, se si pretende di ignorare il contesto della guerra, la politica repressiva attuata dai catto-fascisti, i tanti “martiri” che dall’altra parte hanno subito lo stesso trattamento (e qui torniamo alle domande insidiose sui beatificati: in che misura sono “innocenti”? Cosa hanno fatto per essere uccisi? Ma sappiamo che, ancora una volta, la beatificazione spargerà un bel velo di silenzi su tutte queste domande, perché su santi – e beati – non si discute e il coraggio dei tg, in questi casi, è pari a zero).

   Cito un po' di informazioni tratte da Con Dio e con il Fuhrer (Napoli, Tullio Pironti Editore, 1997) di K. Deschner sulla guerra civile spagnola. Nell'insieme dei territori dei "rossi" fino allo scoppiare della rivolta, afferma il cardinale primate sull'Osservatore Romano, ci sarebbero stati in tutto 15.000 sacerdoti: contrariamente all'apologetica martirologica (che si sa come gonfi le cifre, fino a parlare di 16.750 preti morti), lui stesso afferma che scomparvero 4.184 ecclesiastici, di cui 12 vescovi, 2365 frati e 283 suore. Lo stesso Franco fece fucilare molti preti (tra cui 400 - forse - chierici baschi, ritenuti fedeli al governo repubblicano). (p. 93) P. Preston, autore de La guerra civile spagnola, cita uno studio di padre Antonio Montero, che parla di 6.832 religiosi uccisi, e scrive che la Chiesa "si era attirata l'odio popolare per i suoi tradizionali legami con la destra e per la legittimazione che aveva apertamente offerto all'insurrezione militare". 

   Torniamo a Deschner: "come afferma anche José Bergamin, uno scrittore cattolico, prima della rivolta di luglio in Spagna non venne assassinato neanche un prete o un monaco. Si cominciò ad eliminarli considerandoli fascisti o guerriglieri solo quando il clero, per ordini dall'alto, intervenne a favore dei militari, contro il governo" (p. 93-4)

   Bergamin stesso scrive: "nessuno di loro, neanche uno, è morto per Cristo. Essi morivano per Franco. Li si può considerare eroi nazionalisti, vittime politiche ma non martiri" (p. 94)

   L'Osservatore Romano incita: "questa battaglia è una crociata di gente per bene che non intende sollevarsi contro le autorità, ma opporsi al crimine e alla barbarie. Restare in disparte è peccato, addurre un qualsiasi pretesto per non intervenire è ingiusto, arrendersi è un crimine e il crimine non può trionfare, le virtù non possono essere disconosciute"; poi il 20 novembre 1937 scrive: "tutti i cittadini onesti dovrranno essere uniti, senza badare alla diversità di opinioni, per poter realizzare quel progetto comune che mira a scacciare dal paese i nuovi barbari senza Dio e senza patria, quali che siano le conseguenze che ciò comporta" (p. 94)

   Lettres de Rome elenca tutti i comunicati antisovietici del papa durante la guerra civile spagnola (editore il gesuita Ledit). La Chiesa organizza congressi anticomunisti da lei finanziati per fomentare la lotta (Congresso del Cristo Re del 1937 a Poznan; della Commissione Internazionale Pro Deo a Ginevra, quello di Lisieux - dove va Pacelli, cardinale legato -, quello del Cristo Re di Laibach nel 1938 e quello eucaristico di Budapest - presente Pacelli): tutto per promuovere le teorie anticomuniste di Pio XI nell'enciclica Divini Redemptoris (19 marzo 37).

   Nei discorsi il papa accusa sempre il governo spagnolo repubblicano e difende i golpisti. Nell'estate del 1938 rifiuta la proposta avanzata dal governo francese e da quello britannico di aderire ad una azione di protesta contro il bombardamento dei civili, ma ringrazia Franco per un telegramma ricevuto, rallegrandosi che: "sentir pulsare nel messaggio di Sua Eccellenza il consueto spirito della Spagna cattolica" e mandando "dal profondo del cuore, la benedizione apostolica, quale pegno della grazia divina" (p. 95).

   Nel settembre del 1936 Franco reintroduce nelle scuole la lezione di religione, la preghiera prima e dopo le lezioni, l'obbligo di recarsi a messa insieme agli insegnanti nei giorni festivi e di domenica, le immagini di santi, cristi e madonne; chiese, alloggi vescovili e sacerdotali e impianti da loro gestiti vennero esentati dal pagamento dell'imposta fondiaria. Nel maggio del 39 vengono riabilitati i gesuiti e gli vennero restituiti i beni. Il 2 febbraio del 1939 tutti gli Ordini acquistarono status giuridico. Insomma, viene clericalizzata l’intera società spagnola, fenomeno dal quale si sta cominciando ad uscire solo questi ultimi decenni – e capisco anche perché in Spagna ci sia una certa dose di risentimento.

   Il 10 febbraio 1939 muore Pio XI. Il primo aprile del 1939 Pio XII si congratula con Franco: "alzando i nostri cuori a Dio, ci rallegriamo con Sua Eccellenza per la vittoria riportata e a lungo sospirata da tutti i cattolici. Nutriamo la speranza che il Suo Paese, una volta riacquistata la pace, possa riallacciarsi con rinnovato vigore all'antica tradizione cristiana" (96)

   A me sembra quindi che tale scelta di beatificazione apparentemente solo religiosa o "pietistica" rientri invece in un disegno di revisionismo storico che contribuisce a denigrare l'antifascismo in generale e che, cosa peggiore, strumentalizza i morti.
   A proposito, da qui potete scaricare un volantino informativo redatto da "No Vat" sulla beatificazione.

giovedì, 25 ottobre 2007

TOSCANI

Da qui mi è venuta l'idea di arrivare qui (sotto). Ho detto, Toscani ha fatto trenta, facciamo trentuno:



L'ORIENTAMENTO RELIGIOSO NON E' UNA SCELTA


(Per la cronaca, il prete è Nanni Moretti nel film "La messa è finita")

Andate in pace.



postato da: Tapioco alle ore 17:35 | link | commenti (4)
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domenica, 21 ottobre 2007

Sul CROCEFISSO, così, senza un perchè, un che di appunti sparsi

Prima c'era e non c'era, negli uffici pubblici.
Anche se il cattolicesimo era religione di stato, nel regno postunitario la cosa non dava effetti di clericalizzazione come è stato - e continua ad essere - e c'erano comunque delle leggi che garantivano una certa "laicità" (per i tempi), senza contare che l'anticlericalismo aveva un certo peso.

La vera svolta ci fu col fascismo.
 
Parlando dei Patti Lateranensi, Guerri scrive "...l'insegnamento della religione veniva reso obbligatorio nonchè considerato "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica" nelle scuole elementari e medie. In conclusione, il fascismo ribaltava tutta la legislazione liberale e riconosceva alla Chiesa un potere sulle vite dei cittadini". (G. B. Guerri, Fascisti, Milano, Mondadori, 1995, p. 148).
 
Nella prima biografia "ufficiale" dell'epoca dedicata al "romagnolo dalla non folta chioma", Margherita Sarfatti scrive estatica che contro "l'agnosticismo" liberale "introdusse di nuovo il Crocefisso e la preghiera del mattino nelle scuole elementari" (M. Sarfatti, Dux, Milano, Mondadori, 1932, p. 43).
 
Se vogliamo metterci il carico, possiamo anche dire che in un messaggio inviato nel 1925, Galo Recupero (presidente del Magistero in Spagna) si complimenta col suddetto "romagnolo" così: "Che il Divino Crocifisso, la cui immagine benedetta avete rimesso nelle scuole d'Italia, vi benedica e vi premi" (Il Popolo d'Italia, n. 91, 16 aprile 1925, XII, citato nell'Opera Omnia di Mussolini, XXI vol., p. 460).
 
A questo messaggio Mussolini ossequioso risponde:
"la ringrazio vivamente delle sue parole. Esse mi sono tanto più gradite, in quanto mi vengono da coloro che dedicano la loro vita all'educazione dei giovani e ai quali è affidato perciò l'avvenire della patria [...] Difendere l'ordine morale nella famiglia, nella scuola e nella nazione, è veramente quello che io credo essere la missione del fascismo".
 
(Da notare che la politica italiana ha fatto zero progressi in merito, se nel 2007 la maggior parte dei deputati e senatori usano le stesse parole per difendere crocefisso e compagnia bella - basta sostituire la parola "fascismo" con qualsiasi altro sistema politico vigente).
 
Quindi, il punto non è che il crocefisso fosse eventualmente presente negli uffici pubblici durante l'epoca di Cavour, ma che durante il fascismo venne imposto con circolari ministeriali a tutti gli uffici e a tutte le scuole con evidenti finalità di clericalizzazione.
Ed è per questo che - come la vedo io - la lotta per la laicità serve per il superamento prima di tutto culturale del fascismo e del cattofascismo (che, seppure in versione soft, hanno effetti anche oggi, specie con l'isteria dell'"identità cristiana" e tutto ciò che ne consegue).

A proposito, venerdì 7 dicembre alle ore 08,00 a Piazza Indipendenza di Roma ci sarà un sit in a sostegno del giudice Luigi Tosti, colpito da provvedimento disciplinare del CSM perchè "colpevole" di voler rimuovere il crocefisso dalle aule del tribunale di Camerino.

http://uaarroma.altervista.org/index.php

martedì, 17 luglio 2007

IL GRANO E LA ZIZZANIA

   Molto spesso sento nei dibattiti riguardanti la religione la necessità di distinguere tra la Chiesa come istituzione (che è a volte terrena, maneggiona, parassitaria e oscurantista, come ben sappiamo) e il cristianesimo come religione, come fede pura e disinteressata, caratterizzata da valori elevati. Non nego che ci sia la necessità di distinguere di volta in volta le situazioni e le persone, senza generalizzare troppo, però dovremmo un attimo soffermarci sull’intrinseca contraddizione che esiste in questa separazione forzosa tra la “struttura” e la “sovrastruttura” (per usare una terminologia marxista, che in questo caso può rendere l’idea).

   Fin dalle origini infatti il cristianesimo è stato diffuso da una “chiesa”, da una istituzione più o meno organizzata (prima unione di semplici comunità), che andata via via strutturandosi col passare dei secoli. E’ proprio questa istituzione ad aver creato e diffuso il mito: non si pensi che a certe persone, duemila anni fa, siano arrivati magicamente dei testi sacri piovuti dall’alto, già belli scritti, che avevano il compito di diffondere. Questa è una visione religiosa, irrealistica (e anche comoda). E’ invece quella “chiesa” che ha creato dei testi sacri – non ci interessa qui sapere in base a quali storie, o se la figura di Gesù sia storicamente attendibile –, che li ha via via manipolati, fatti “lievitare” (emblematica la questione della resurrezione mancante nelle versioni più antiche e sconosciuta ai primissimi apologeti come Papia), che ha costruito praticamente a tavolino una certa teologia nel corso dei primi secoli (una sommaria comparazione di mitologie ci fa capire quanto il cristianesimo rappresenti una fusione di paganesimo, ebraismo, culti orientali). Noi conosciamo i resoconti evangelici (e i suoi “valori”) proprio perché una chiesa li ha scritti, cesellati, scelti e fatti pervenire fino a noi, tanto che le versioni eretiche semplicemente sono state fatte sparire (le abbiamo infatti ritrovate in maniera quasi fortuita). Ciò che noi sappiamo di Gesù, quello che ci viene mostrato di questa figura, è né più né meno che il “prodotto” di una certa istituzione. Le eventuali discrepanze e i “margini di manovra” che lasciano i vangeli andrebbero inquadrati più come il frutto di visioni differenti o di contrasti interni (o “eresie”) al mondo cristiano, o come influenze di elementi esterni ma affiancati al cristianesimo (ad esempio l’ebraismo zelotico, o le altre religioni orientali).

   Quindi, criticare la Chiesa come istituzione temporale ma allo stesso tempo “salvare” il Cristo che emerge dai vangeli, o i valori cristiani in generale, pensando che le due cose possano essere distinte, sarebbe come distinguere una multinazionale da ciò che vende. Come dire: X è un’azienda che sfrutta i bambini, è immorale, pensa solo ai soldi, foraggia regimi dittatoriali, aliena la gente, impone stili di consumo assurdi e contrari all’ecologia… però queste scarpe (o hamburger, o quello che volete) sono proprio carine/i e le compro, mi piacciono a prescindere. Ciò non toglie, ovviamente, che alcune storie evangeliche siano edificanti, o emozionanti (proprio come le favole di Esopo, per dire, o altri miti, né più né meno).

   Esiste inoltre un’altra considerazione inerente ai valori cristiani. Si afferma che essi vengono ricavati dalla storia e i comportamenti di Gesù: ma il problema di fondo è che molto spesso tale astrazione è fin troppo forzosa, tesa a tralasciare elementi più imbarazzanti, come gli inviti guerreschi dello stesso Gesù; poi, diciamolo francamente, non è che i vangeli siano il massimo della neutralità. Anzi, proprio in quanto fonti che dovrebbero “dimostrare” addirittura la divinità di un uomo, rappresentano in realtà il massimo della faziosità – se non della falsificazione storica, dato che essi sono pieni zeppi di contraddizioni ed errori ormai documentati da secoli, anzi, che erano noti già ai primi critici del II-III secolo come Celso e Porfirio da Tiro (tanto che la critica va sempre a battere su quei punti, perché quelli sono e le chiacchiere stanno a zero, anche se gli apologeti poi hanno buon gioco ad accusare la critica stessa di “idee vecchie”). E’ ovvio che siano costruiti apposta per mostrare una visione il più possibile “buona” e “pura” di Gesù, focalizzandosi in maniera edificante (e volutamente pubblicitaria) sul meglio che questo personaggio avrebbe fatto (o avrebbe dovuto fare, dato che è ormai assodato che questi testi sono stati scritti da gente estranea ai fatti, che non ha mai conosciuto questo Gesù – a patto che sia vissuto realmente). Inoltre, ad una lettura più approfondita, quei testi sacri appaiono raffazzonati, contraddittori, immersi in una sorta di paese dei balocchi, quasi del tutto ignari della situazione sociale e culturale che “dovrebbero” descrivere, frutto di spunti stratificati (e occultati, come la questione dei movimenti zeloti, a cui alcuni apostoli sono direttamente collegati).

   Man mano che vado avanti nell’interessarmi a certe cose, mi faccio l’idea che il cristianesimo sia stato scientemente pianificato secondo valori “elevatissimi” (come il perdono e l’amore per il nemico) che sono strutturalmente contraddittori, controproducenti a fini personali e sociali, irrealistici (se non assurdi e distorti) e irraggiungibili, quasi fossero uno specchietto per le allodole. Nel senso che quasi nessuno (a parte pochissimi volenterosi o esaltati) di fatto, checchè si professi cristiano perché eredita un certo impianto socio-culturale, può perseguire pienamente certi “valori”: quindi la stragrande maggioranza della gente continuerà a vivere come sempre fatto, con punte di pietismo, devozione o pentimento in particolari momenti di slancio emozionale. Ma la sostanza non cambierà, né cambierà la società (tanto, se si sbaglia, anche gravemente, è perché si è “deboli”, “peccatori”, e ci si può pentire – ancora di più se questi “errori” servono per diffondere la cristianità).

   Quindi propagandando certi “valori” il cristianesimo prospererà, anche solo perché si guarda con ammirazione il sant’uomo di turno che, negando la sua vita, ha però raggiunto il divino e la spiritualità (mi è capitato di sentire di gente che era molto dubbiosa sull’esistenza di dio, ma devota a padre Pio, per dire). Ma il fatto che tali valori siano strutturalmente corrotti porterà per forza alla loro distorsione e all’attuazione di comportamenti intolleranti e distruttivi: ecco perché la storia del cristianesimo è piena di azioni nefande attuate in suo nome. Il cristianesimo inoltre è stato elaborato per creare automaticamente delle scappatoie in caso di comportamenti atroci, favorendo in sostanza l’immoralità: da una parte qualsiasi atrocità o falsità è coperta dal “dio” di turno, o come già diceva Agostino, è fatta “in nome dell’amore” (e il cristianesimo, tra guerre, intolleranza, disturbi mentali e genocidi di interi popoli di danni ne ha fatti), quando serve; dall’altra si potrà convenientemente tacciare di eresia o lontananza dal cristianesimo chiunque non si adegui – proprio perché è impossibile – a certe idee morali “cristiane” e allo stesso tempo non sia in linea con gli interessi della Chiesa. Così, per fare un esempio forse difficile, i longobardi sono anti-cristiani perché hanno tentato di annettersi Roma, mentre gli antenati di Carlo Magno che sono scesi in Italia a massacrare i longobardi stessi erano benedetti dal papa, in quanto difensori della Chiesa – non importava il fatto che loro stessi fossero degli usurpatori e avessero ordito congiure in patria per scalzare i merovingi; oppure, chi fabbrica un testo sacro di suo pugno o lo manomette (in pratica, falsifica la realtà) lo fa per “amore” – come accadde effettivamente per gente che inventò lettere paoline (tuttora usate) o altri testi – e sarà tranquillamente perdonato perché comunque lo ha fatto per la prosperità della Chiesa (e così via… gli esempi potrebbero essere migliaia, anzi, inviatene voi a me). Il meccanismo che si crea è progressivo, nel senso che un errore non fa che favorirne altri e in sostanza copre quelli precedenti, perché intervengono altri elementi (per esempio il testo, anche se “falso” agli occhi di qualche povero scettico occhiuto e “materialista”, in realtà è utile e “vero” perché risveglia la fede, la devozione, il legame con la Chiesa… e tutto ciò ha origine fin dagli inizi del processo cristiano, con gli stessi vangeli).

   Così, i crociati erano “in fondo” nel giusto perché comunque portavano in punta di lancia la parola di dio e l’amore (usando metodi che cancellavano sistematicamente i “grandi insegnamenti cristiani”), mentre personaggi scomodi e imbarazzanti potranno essere definiti non cristiani, come una zavorra della quale ci si vuole liberare. E così si può chiedere tranquillamente scusa dopo duemila anni di danni e di morti (o almeno far credere di averlo fatto, perché se si leggono queste famigerate “scuse” ci si renderà conto che pongono fin troppi distinguo per risultare effettive). Quindi si crea, in seno al cristianesimo, questo abisso incolmabile tra teoria e pratica, che si è “invitati” a colmare con tutti i propri sforzi e che ne permette la persistenza, perché, in fondo questa religione ha dei “buoni principi”, solo che la gente è troppo debole o troppo poco pura per perseguirli, si dice. Ciò genera una “doppia morale” molto comoda, che in sostanza deresponsabilizza, in nome di un “disegno” più grande, anzi, divino! Da una parte la teoria astratta di Cristo, icona irraggiungibile ma che riesce a coinvolgere a livello emozionale per la sua carica utopica e per l’empatia che abbiamo naturalmente per le vittime; dall’altra la pratica della Chiesa, che però ha creato la stessa icona irraggiungibile per coprire i suoi disegni di controllo. In questa dialettica inestricabile che genera continuamente fede e persistenza, la soluzione non sta nel tendere disperatamente alla “teoria”, contraddetta in eterno dai fatti e dagli uomini e per sua natura irraggiungibile (come dice Kierkegaard, ovvero proprio un cristiano) prendendo come esempio l’icona promozionale ed evanescente Gesù, ma uscire da questo circolo vizioso – prima di tutto culturale –, impostando la questione dell’etica su tutte altre basi, che siano concrete, umane e sociali.


venerdì, 29 giugno 2007

DE LUCA, MI SA CHE "ERRI"...

   Una delle “argomentazioni” in voga non da oggi, ma da svariati secoli – anzi, oramai da millenni – è la convinzione stereotipata che l’ateo, colui che si chiama fuori da una qualche religione, debba necessariamente essere un “assolutista”, che quindi trascenda in una convinzione “dogmatica”. Connesso a tale affermazione è lo stereotipo che gli atei abbiano sempre la puzza sotto al naso, sentendosi superiori ai credenti. L’ultimo propugnatore di tali sfolgoranti banalità è stavolta Erri De Luca. Probabilmente la lettura eccessiva della Bibbia, specie in lingua originale, può far entrare in certi circoli viziosi del pensiero, portandoci ad equivocare le storie edificanti con la realtà. Non è un caso che tale accusa agli atei sia uno dei cavalli di battaglia dell’apologetica, cattolica in particolare, una di quelle storielle universalmente diffuse e “note a tutti” (specie al “popolo umile”).

   Lo scrittore napoletano arriva a dire, per usare un termine anch’esso di moda, che gli atei sarebbero quindi dei “talebani”. Ma facciamo un attimo mente locale. Che cosa comporta essere non credenti, e quali sono le motivazioni che spingono a tale passo (dai più giudicato “insano”, a quanto pare)?

   L’ateo giunge a tale posizione filosofica – generalmente – non perché abbia in tasca la dimostrazione incontrovertibile (o “assoluta”) dell’inesistenza di dio, ma perché, alla luce delle informazioni disponibili, ritiene che le “prove” addotte dai difensori della divinità di turno non siano così efficaci. Un’impostazione metodologica corretta infatti consiste nel partire dal fatto se qualcuno afferma in maniera positiva l’esistenza di una qualche entità, dovrebbe presentare delle giustificazioni che reggano. E quali sono, nella sostanza, le famose prove dei credenti? In genere sono: l’argomento “ontologico”; quello “cosmologico”; l’esistenza di determinati testi sacri, la bellezza e l’ordine del creato, la necessità di una morale. Nessuno di questi, in realtà, regge ad un’analisi più approfondita.

   Per la prova ontologica: il fatto che gli umani possano pensare a qualcosa, non implica che tale cosa esista (per esempio, un’idra, o Doraemon). Per la cosmologia: l’universo, nel suo complesso, non necessita di qualcuno che lo abbia creato (anche perché, si aprono tutta una serie di imbarazzanti problemi teologici del tipo: dov’era dio prima della creazione? E perché non potrebbe essere stato creato da un altro dio “più grande”?). Tale idea nasce infatti da una errata osservazione di ciò che abbiamo intorno: difatti niente viene “creato”, ma le cose si formano come il frutto di momentanei trasferimenti di energia e materia già esistenti; inoltre, col big bang inizia di fatto lo spazio-tempo, quindi non ha senso parlare di “creazione” che implichi un “prima”, portando alla conclusione che l’universo è sempre esistito. Il fatto che determinati testi giudicati sacri parlino di divinità o miracoli non dimostra proprio nulla in sé (anche perché tutte le religioni, anche quelle giudicate “errate”, hanno dei testi fondativi), dato che l’attendibilità di testo dipende da altri fattori esterni ad esso: i vangeli e la Bibbia in generale, ad esempio, che sono così ricchi di incongruenze interne e non reggono il confronto con la storia, non sono il massimo dell’attendibilità, anche se naturalmente sono edificanti. Inoltre, le moderne discipline hanno da qualche secolo disintegrato qualsiasi pretesa di ordine “benevolo” dell’universo, mettendoci di fronte ai tremendi meccanismi dell’evoluzione biologica con annessa selezione naturale e a dinamiche stellari distruttive e implacabili. La concezione "naturalistica" avanza spiegando i fenomeni in base a ciò che accade concretamente, senza il bisogno di ulteriori elementi, tanto che la religione e le spiegazioni "divine" vengono ormai sospinte in campi sempre più inaccessibili, lontani o nascosti (non che ci sia in ciò qualcosa di "provvidenzialistico" o "inelutabile", ma constatiamo solamente che la conoscenza tende ad accumularsi e ne genera altra). Da tempi molto antichi (basti pensare a certe scuole della filosofia greca) è stata elaborata una morale non richiede più la minaccia della dannazione eterna e delle pene infernali, dato che possiamo e sappiamo comportarci in maniera civile, tollerante e positiva coi nostri simili anche senza, per il solo gusto di fare del bene.

   Di corollario vi sono le argomentazioni legate al “sentimentalismo”: del tipo che si è troppo “gretti” nel chiedere una prova “materiale” del dio (magari quelle stesse persone non hanno nulla da ridire sui presunti miracoli, che rappresentano proprio una “intromissione” materialistica della divinità di turno), o che “bisogna aprire il cuore”, o che scienza e ragione sono insufficienti per capire (quindi, per “capire” – già il termine dovrebbe essere indicativo, perché implica connessioni logico-razionali –, per avere delle informazioni fondate dovremmo affidarci a sistemi che non garantiscono nessuna certificabilità, controllo o revisione critica, cioè perdendo quel poco che possiamo sapere). Come disse D'Holbach, sintetizzando la questione: "Per voi la natura è incomprensibile senza un dio: in definitiva, per spiegare ciò che capite ben poco, prendete in considerazione una causa che non capite affatto" (pressappoco è così la citazione)...

   Mi dispiace di aver così rozzamente e sommariamente sintetizzato le obiezioni alle prove divine, argomento che richiederebbe molto più spazio, ma era per far capire la questione per sommi capi. Insomma: qualcuno propone l’esistenza di un dio; l’altro non le ritiene fondate, adducendo delle contro-motivazioni plausibili. A questo punto, l’ateo può benissimo ritenere che dio non esista. La "sfida" continua, finchè il credente non adduce delle motivazioni plausibili.

   Vi è poi un’altra questione di fondo, che ruota attorno al concetto di “verità”. Gli atei non ritengono di possedere una “verità assoluta”, dato che i presupposti per arrivare ad una qualche sicurezza non sono “assoluti”. In una parola, non sono “dogmatici”. In particolare la scienza – così demonizzata, strumentalizzata e mistificata proprio da chi ha interesse a spacciare certe idee fideistiche – si fonda su un approccio relativistico e probabilistico. Nel senso che si giunge a certe conclusioni scientifiche perché una serie di fenomeni ripetuti nel tempo tende a confermarle; ma esse sono in ogni momento rivedibili e affinabili, se si presentano altri elementi. Quindi non possiamo parlare di scienza come “verità assoluta”: sono le religioni, con le loro pretese fideistiche, a porsi come assolutismi mentali, ammantati alla bisogna di “umiltà” e “semplicità”. Tutto il discorso rivela l’incoerenza, oltre che la strumentalità, della critica all’ateismo: quando fa comodo infatti, esso è equiparato ad una religione, ad un dogma assoluto (nonostante sia fondato su idee strutturalmente incompatibili col dogmatismo); in altre occasioni è ridotto ad una opinione “decadente”, fondata su presupposti deboli, che lascia il tempo che trova, che non è così "profonda" come la fulgida fede.

   Tutto il problema intorno all’ateismo sconta un problema d’impostazione, da parte dei credenti che lo denigrano: si ritiene che l’ateo sia uno che si “fermi” nelle sue sicurezze; si ritiene a torto che di debba incessantemente ricercare qualcosa di “alto” e che se non lo si fa la vita perda il suo senso. In realtà, da quello che vedo, ritengo che gli atei siano tra le persone che si interessano di più proprio di religione e di spiritualità, che tendono a studiarle, sviscerarle, analizzandone in profondo i meccanismi (e questo non solo per il cristianesimo, ma per tutte). A me sembra invece che siano proprio gli atei ad essere spinti ad una ricerca continua e a suo modo gioiosa, motivati da quel senso di meraviglioso e da quella curiosità di cui parlava Carl Sagan. E che tutto ciò sia strettamente connesso con la ricerca di un “senso della vita”, fuori da qualsiasi schematismo teologico. La convinzione, quella sì dogmatica, che debba necessariamente esistere qualcosa di “alto” che si trova “oltre” perché la vita appare limitata e insoddisfacente (e anche perché fin da piccoli ci hanno “aiutato” a pensare così, come una volta si “aiutava” a pensare che esistesse Zeus), non riesce a cogliere l’estrema e variegatissima ricchezza che esiste qui, nel nostro mondo, così pieno di persone e popoli con cui entrare in contatto, di cose da scoprire quotidianamente, di meraviglie da osservare e di cui godere, di sentimenti da sperimentare e far fiorire. Gli atei riescono benissimo a fare a meno di certe cose, accontentandosi del brandello di vita che possono sperimentare, sfruttandolo al meglio e con trasporto, senza pensare di essere inseriti in un qualche disegno da qualche super-padre che avrebbe montato tutta la scena solo per loro (e poi i credenti sarebbero “umili”…).

   Probabilmente è questo che dà più fastidio ai credenti: il fatto che un essere umano possa vivere “impunemente”, in maniera tranquilla e “umana”, senza il bisogno di certe sovrastrutture religiose, rivelando implicitamente e testimoniando continuamente, alfine, che tali concetti sono costruzioni mentali relative, arcaiche, posticce e soprattutto non necessarie, già per il fatto di non essere valide per tutti. Insomma, che costruzioni millenarie alle quali dedicano corpo e anima possano tranquillamente svanire nel nulla. Capisco quanto ciò possa essere doloroso agli occhi del credente, ma ciò non giustifica tale trattamento. Perché la religione non è naturale come l’acqua, al contrario di ciò che vorrebbero farci credere: somiglia più alla coca-cola, o alla birra. Ovvero, acqua colorata e camuffata. Semplicemente, a certa gente basta solo l’acqua, per dissetarsi. Ma qualcuno vuole sempre venderci coca-cola o birra, a quanto pare, con delle pessime pubblicità.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


giovedì, 28 giugno 2007

OPPOSTI ESTREMISMI?

   Ieri Veltroni è si è candidato ufficialmente per capeggiare il Partito Democratico. E’ chiaro che è uno dei pochi che per attitudine ed esperienza, può provare a riunire tradizioni e umori politici a tratti diversissimi, se non contrastanti: è un buon diplomatico, carico di una certa dose di “buonismo”.

   Ciò però può condurre anche, nel tentativo forzoso di riappacificare gli animi a tutti i costi, ad una certa confusione e ad un certo appiattimento delle posizioni. Tale questione è emersa proprio quando ha parlato della laicità, dicendo che l’Italia deve essere unita e che bisogna rifuggire tanto l’integralismo religioso quanto il laicismo esasperato.

   Ma il problema di fondo è che non si può essere equidistanti rispetto a queste due attitudini, nonostante gli equilibrismi, perché non vale la regola facilistica degli “opposti estremismi”. Per una semplice ragione: l’integralismo religioso è per sua natura esclusivista, tendente alla conservazione e alla chiusura; quel laicismo “esasperato”, checchè se ne dica, è il presupposto per l’uguaglianza e la democrazia tra i cittadini. In Italia, è vero, c’è stato e continua strisciante un certo anticlericalismo – che personalmente giudico becero e controproducente, perché ingenera automaticamente vittimismo – ma non possiamo continuare a parlare di laicismo dandogli un’interpretazione (comoda) come faceva Mussolini quasi un secolo fa. Quel laicismo “risorgimentale” è andato, non sta più in piedi, anche se certi riferimenti possono ancora servire a livello ideale. Figuriamoci se sussiste la barzelletta che va tanto di moda anche qui sul web di una contrapposizione tra “laicità” e “laicismo”.

   Il laicismo è un sistema di pensiero e di agire politico per cui la religione è tenuta al di fuori della sfera pubblica per dare a tutti le stesse possibilità e gli stessi diritti, ovviamente garantendo nel privato la libertà. La laicità (e quindi l’aggettivo “laico”) indica l’attuazione di tali principi nella sfera delle istituzioni (vedi una scuola “laica”, un ufficio “laico” e via discorrendo).

   Parliamo di fatti, di leggi. L’integralismo vorrebbe imporre a tutti un unico modo di gestire la propria vita – ufficialmente o indirettamente rifacendosi a dogmi e tradizioni religiose (anche se i sofisti tendono ad addurre motivazioni “naturalistiche” o extra-cristiane, per esempio strumentalizzando il paganesimo, che quando serve però è eresia). Il laicismo vorrebbe aprire delle possibilità e fornire dei mezzi a chi la pensa in modo diverso rispetto alla maggioranza religiosa. 

   Torniamo sempre sugli stessi argomenti: divorzio, aborto, procreazione assistita, convivenze e coppie gay, eutanasia, esposizione di simboli religiosi in contesti pubblici, insegnamento di un’unica religione nelle scuole, finanziamenti e privilegi ad un'unica istituzione clericale. Il laicista lascia la possibilità di scegliere, considerando ogni singola e particolarissima situazione e muovendosi per mezzo di principi etici non dogmatici o assoluti. L’integralista mi pare proprio di no.

   Ecco perché semplicemente, non può esservi accordo tra le due attitudini, perché una nega la libertà altrui, mentre l’altra la permette. Sarebbe come dire che fascismo e democrazia sono in qualche modo compatibili. E’ bene che anche nel futuro PD si scelga con chiarezza da che parte stare, considerando che non si deve cadere nell’errore di spaccare la società italiana tra “laici” e “cattolici”. Infatti la categoria del “laico” comprende sia credenti che non credenti, dato che è un’attitudine sociale, psicologia e politica che punta alla pluralità e al tentativo di apertura e comprensione. Sarebbe molto più corretto parlare di contrapposizione tra “laici” e “confessionalisti”: ed è bene che certi termini comincino ad entrare in circolo. Non vorrei, come mi è capitato di sentire, che una professoressa definisca ancora Mussolini “laico”: dato che egli era ateo (almeno agli inizi, anche se non sono tanto sicuro che la sua conversione successiva fosse genuina e non motivata da questioni prima di tutto politiche e d’immagine) e tutt’altro che favorevole ad una separazione tra stato e Chiesa (dato che, a dirla tutta, i problemi di laicità in Italia sono cominciati tutti da lui, che ha reintrodotto forzosamente il cattolicesimo come religione di stato). Si potrebbe definirlo, oggi come oggi, un “ateo devoto”, al limite. Questo è un piccolo esempio che ci fa capire come la manipolazione dei termini vada a mistificare il quadro generale, anche della situazione politica odierna.

   In più, ci deve essere da parte dei politici – soprattutto di certi politici di sinistra – il coraggio di scegliere, di formare una chiara identità laica, rifuggendo i compromessi e il “volemose bene”: perché va bene il rispetto e va bene evitare le offese o i toni aspri (cosa che dovrebbero prima di tutto imparare a fare gli integralisti nostrani, papa in primis, dato che quotidianamente si arriva a denigrare la laicità, l’omosessualità e la non credenza con parole abbastanza discutibili), ma ci devono essere di fondo idee chiare e realistiche. Se certe persone semplicemente non vogliono porsi nell’attitudine della laicità e del dialogo, non bisogna prenderle in considerazione, con garbo, tutto quello che volete, ma anche fermezza. Altrimenti, questo PD rischia di diventare una Democrazia Cristiana di sinistra.

   Possiamo sperare che l’Italia torni (se mai lo è stata, sia chiaro, o se questa non sia una bella immaginetta costruita ad arte) ad essere “una” intorno a principi condivisi? Ritengo che oggi come oggi ciò sia impossibile, perché i tempi sono globalmente cambiati – ma non da oggi, dal Seicento-Settecento! Non possiamo più pensare di riunire i popoli in maniera globale e integrale attorno a principi religiosi, in Occidente: possiamo sperare che impostino un certo dialogo di convivenza secondo principi generali e nel quadro di pluralismo e laicità. Il problema è che certa gente, semplicemente, pretende di avere una “doppia cittadinanza”, una vaticana, l’altra italiana. Il problema è loro, non nostro. O almeno, molto più loro che nostro.


sabato, 23 giugno 2007

RECENSIONE DE "IL VANGELO SECONDO CESARE"

  In questi ultimi anni anche il web ha dato il suo contributo al dibattito critico sulla religione. Anzi, per certi versi, molti siti si sono posti all’avanguardia, dando voce ad una certa opinione pubblica ma in particolare ad appassionati e studiosi “dilettanti”, esterni al mondo accademico, i quali hanno dato spunti interessanti pur non avendo la possibilità di accedere al mercato editoriale ufficiale. I risultati, è vero, sono stati alterni – sia per i toni a tratti eccessivamente anticlericali che per l’attendibilità di certi siti – ma in questo mare magnum emergono comunque sorprese di estremo interesse.

   Tra i casi più riusciti abbiamo il lavoro di Biagio Catalano, curatore del sito www.alexamenos.com, che da anni è impegnato a fondo nell’analisi del cristianesimo, non indulgendo in tesi sensazionalistiche, ma inquadrando il fenomeno in maniera realistica e di ampio respiro. Il suo lavoro su questo tema è stato sintetizzato nell’opera Il Vangelo secondo Cesare, suddiviso in due parti. La prima, storico-sociale (Il gladio e l’aquila), che fa il punto sul silenzio della storiografia nei confronti di Gesù e sulle presunte “prove” addotte dall’apologetica, sulla tarda e sospetta formazione del Canone, sul contesto delle rivolte ebraiche contro i romani, sulle possibili influenze dei Flavi nella costruzione di questo mito. L’altra sezione dell’opera (La croce e la fenice) invece analizza in maniera comparativa i caratteri principali del cristianesimo confrontandoli con quelli di miti e filosofie antecedenti, facendo notare come la religione cristiana rappresenti una sorta di riedizione sincretica, sotto mentite spoglie, dei culti antichi riunificati dietro la “maschera” di Gesù, imposta dall’autorità imperiale per esigenze di omologazione e controllo.

   Nel momento in cui le religioni – ed in particolare il cristianesimo – sembrano rimontare, invadendo gli spazi di libertà ed operando in chiave scopertamente “politica”, scritti come questo rappresentano una risposta intellettuale ma anche civile per contrastarne le pretese e smitizzarle. Una risposta sia ai governanti, che hanno usato ed usano tuttora tali credenze per mantenere il proprio potere, sia alla vasta schiera di apologeti che manca di onestà intellettuale nell’analisi di tali fenomeni religiosi.

   E’ interessante notare come l’opera focalizzi l’attenzione sull’esame dei primi secoli, che rappresentano la fucina del cristianesimo e vengono spesso ignorati – o idealizzati – dalla storiografia, che preferisce spesso dedicarsi allo studio dei secoli successivi, ben più rumorosi, tra crociate e inquisizione.

   In realtà, l’acutezza dell’autore sta nel far capire che è proprio fin dalle sue origini che il cristianesimo perde consistenza e attendibilità storica, diventando un mito improbabile al pari di tutti gli altri che ha combattuto, con l’aggravante di essere stato imposto con metodi parecchio discutibili, sia a livello politico che psicologico. Basta leggere le dichiarazioni degli stessi padri della Chiesa, spogliate dagli sproloqui teologici, per rendersi conto di come la storia del primo cristianesimo sia fatta di plagi sistematici, manipolazioni storiche, uso costante di fallacie logiche e incessante volontà di occultamento della realtà, in nome di un’idea totalizzante. Tutto ciò che è venuto dopo non poteva che essere il frutto malato di questa strategia e di questa impostazione originaria.

   L’opera, affrontando temi poco battuti, a tratti può apparire troppo specialistica e tale da richiedere l’integrazione con altre letture, per alcuni concetti non approfonditi, specie a livello mitografico. Ciò avviene più che altro per esigenze di spazio, dato che il libro è stato stampato a spese dell’autore, non avendo trovato un editore disponibile a “rischiare” con un’opera così critica. Quello che distingue questo scritto da altri diffusi in questo periodo e firmati autori più noti è in particolare l’attenzione per lo studio comparato della mitologia e l’esame approfondito della patristica, che rivelano una notevole erudizione, mai noiosa, anzi mitigata da una certa dose di ironia.

   Il Vangelo secondo Cesare fornisce quindi un contributo interessante per analizzare senza imbarazzo o senso d’inferiorità il cristianesimo, da un punto di vista orgogliosamente e seriamente laico, soprattutto in un paese come l’Italia, dove la situazione politica e culturale ancora risente di una pesante influenza del cristianesimo.

   NOTA: L’opera può essere acquistata solo sul sito www.lulu.com, al prezzo di 10 € a copia (più 2 € per le spese di spedizione). L’ordinazione di più copie comporta un abbassamento del costo della singola copia. L’autore tiene a precisare che i proventi guadagnati dalla vendita, tolti i costi, verranno devoluti in beneficenza a favore della ricerca medico-scientifica.

 



venerdì, 22 giugno 2007

CHIACCHERE...

   L’università è sempre un bel posto. Un sacco di gente da incontrare, stimoli intellettuali. Oggi per esempio incontro un signore che sta conducendo delle ricerche sul fascismo e quindi ci mettiamo a chiacchierare, dato che anch’io sto trattando l’argomento.

   Mi dice sostanzialmente che il fascismo ha rappresentato un argine per la difesa della civiltà cristiana-occidentale contro il pericolo comunista, che avrebbe comportato una totale tabula rasa della nostra cultura. Per alcuni aspetti posso condividere questa impostazione, dato che il marxismo in sé è insufficiente ed erroneo dal punto di vista dei principi di base (ridotti a dogmi) e anche perché il sovietismo integrale avrebbe comportato la soppressione violenta della religione. Si finisce a parlare quindi di religione – sembra che con me vada spesso a finire così, a quanto pare.

   Non sono molto d’accordo sul discorso di fondo, che vedrebbe una contrapposizione totale tra religione e comunismo. In realtà, a ben vedere, questi due schemi di pensiero sono diventati totalitari, dogmatici, portatori di violenza e intolleranza: rappresentano due facce della stessa medaglia, perché leggono la realtà secondo schemi fissi e perché giustificano qualsiasi pratica – anche di lotta e di violenza – per giungere al conseguimento di certi ideali.

   Basta considerare per esempio lo schema marxista di lettura delle religioni: esse sarebbero la mera sovrastruttura derivante da particolari condizioni economiche e si ridurrebbero a “oppio dei popoli”. Tale lettura è abbastanza limitante perché piegata a rigidi meccanismi dottrinari: in realtà la religione nasce anche (non solo) per questi motivi, ma ce ne sono anche di ulteriori.

   Devo constatare con una certa preoccupazione che l’opposizione, giusta e assolutamente motivata, al sovietismo – che rappresenta una macchina totalitaria feroce e implacabile – trascenda nell’esaltazione (o nella difesa d’ufficio con le consuete “argomentazioni”) della religione. Sembra quasi che la gente sia costretta a scegliere tra le due alternative e non possa “osare” altro. La storia e il pensiero ci offrono tante possibilità: non vedo perché, per contrastare un’idea, si debba riesumare l’idea precedente, senza accorgersi che è proprio il rimanere rinchiusi in questo schema dualistico a far risorgere sempre uguali gli stessi problemi (proprio perché non si ipotizzano soluzioni davvero alternative).

   Faccio notare infatti come il cristianesimo abbia utilizzato gli stessi metodi per imporsi al mondo: ma qui, come da copione, scattano le consuete scuse (ormai così consolidate e ripetute da duemila anni, che la gente non fa nemmeno più caso alle contraddizioni di fondo). Mi si dice, per esempio, che comunque il cristianesimo porta dei valori “alti”; oppure che la Chiesa “ha fatto anche del bene” e che “non bisogna guardare solo le cose negative”; oppure che ormai il papa si è “scusato” per i crimini del cristianesimo; oppure che Gesù non ha mai compiuto violenze.

   Cerchiamo di rispondere a queste obiezioni: alla prima si può ben dire che i valori potrebbero esistere – anzi esistono – a prescindere della stampella religiosa (e se riescono ad esistere senza le religioni, ne consegue che esse non sono necessarie); alla seconda si potrebbe anche rispondere che, paradossalmente, queste sono le stesse scuse addotte dai comunisti (verso i quali invece non sono ammesse “scusanti”), e che tali crimini perpetratisi in maniera sistematica per duemila anni non si cancellano con del semplice pietismo (senza contare che, sostanzialmente, del “bene” si può compiere anche a prescindere dalle religioni); sulle scuse papali, possiamo dire che rivelano pesanti indizi di strumentalità e di ipocrisia, dato che è facile, col senno di poi dare un bel colpo di spugna (senza contare che sono formulate in un modo tale da scagionare di fatto la Chiesa da qualunque responsabilità ideologica o fattuale, scaricando il tutto su “alcuni” sprovveduti, che sarebbero anche scusabili perché “provocati” da eretici, atei e affini, cioè che alla fin fine se la sono pure cercata).

   Sul tema delle colpe del cristianesimo, i credenti tendono ad affermare, quando si fa notare una cosa del genere, che chi le denuncia sarebbe “settario”, perché non guarderebbe “tutto il quadro”: cioè, in parole povere, il fautore di una particolare religione, che segue una ben limitata dogmatica e legge la realtà tramite essa, dà del settario ad uno scettico. Il colmo.

   Sull’ultimo punto, ovvero il tema “Gesù” – e quindi per estensione del cristianesimo e delle sue origini – emerge radicato tutto l’impianto dogmatico, che sembra davvero inamovibile perché fortemente impiantato a livello inconscio da quasi duemila anni. Se qualcuno tenta di porre dei dubbi sulla storicità effettiva dei vangeli, sulle problematiche che fanno sorgere e sull’attendibilità di certe faccende, sulle contraddizioni intrinseche di certi testi, sembra quasi che ti prendano per matto: perché certe questioni sarebbero ormai “chiuse” (devo constatare per l’ennesima volta che ciò che ha scritto già da tempo Catalano su www.alexamenos.com si rivela proprio vero!).

   Così, mi si dice, per esempio che non è possibile negare che certi vangeli siano stati scritti dagli evangelisti e che soprattutto raccontino dei fatti “documentati”, proprio perché sono gli stessi vangeli a documentarlo! Si esplica così alla grande un meccanismo circolare inveterato e ormai “automatico” nella nostra cultura. Mettere in dubbio certe cose sarebbe come rovesciare del tutto i paradigmi su cui è fondata la nostra civiltà: sarebbe, in una parola, “sovietico”. Faccio notare che a questo punto dovremmo prendere per buona pure l’Iliade e l’Odissea, perché sono testi scritti che parlano di gesta di divinità antiche. Quale sarebbe il discrimine tra una religione e l’altra?

   E così partono le altre obiezioni “alle obiezioni” di corollario: ovvero che a questo punto dovremmo negare anche “Platone, Aristotele, e tutti i testi antichi”. Ma su questo punto ci sarebbe anche da dire che né Platone, né Aristotele, né tutti gli altri parlano di divinità (o se ne parlano non vengono creduti perché esiste una pregiudiziale cristiana che è tanto brava a demolire in maniera scettica le altre religioni, ma non così coraggiosa e onesta da applicare tali semplici metodi verso tutte le religioni, quindi anche la propria) e non si presentano come autorità divine cui bisogna credere per forza (o se lo fanno, questo valeva prima, nei tempi dei “barbari”, non oggi che c’è la fulgida verità cristiana). Oppure che ci sono stati tanti martiri, che comunque si sono sacrificati per l’idea – e che quindi qualcosa di vero c’è, dato che altrimenti non avrebbero dato la vita: ma, a parte il fatto che la mole di martiri (abilmente gonfiati dalla Chiesa, basta guardare i martirologi) non prova assolutamente nulla – quanti ce ne sono stati per il comunismo e il nazismo? –, i criteri di attendibilità sono altri.

   Si arriva a dire che gli elementi intellettuali organici alla Chiesa (come Cantalamessa, o Marta Sordi), abbiano smontato “scientificamente” e con prove certe obiezioni di questo tipo (come quelle mosse da Augias nel suo ultimo libro, per esempio). Appare abbastanza contraddittorio parlare di “scientificità” in un contesto nel quale uno studioso deve per forza rifarsi all’autorità divina di certi testi e di certe istituzioni, e quando si basa sulla produzione intellettuale “interna” e autoreferenziale (ovvero proprio quei testi sacri che dovrebbero essere oggetto di critica, o le citazioni dei padri della Chiesa che sono state costruite proprio per supportare quei testi già traballanti) secondo criteri, allo stesso modo “interni” e autoreferenziali, tutt’altro che intellettualmente onesti. E’ chiaro che i padri della Chiesa confermino i dogmi della Chiesa, elaborando riflessioni proprio sui loro testi sacri. In questo modo si crea una massa gigantesca di “dati”, di “studi” e di “riflessioni”, che prescinde da qualsiasi verificabilità esterna (dato che, per esempio, nessuna fonte storica esterna narra di quei fatti così eccelsi e miracolosi) ma che però dà l’apparenza di completezza e ricchezza.


mercoledì, 20 giugno 2007

LA PETIZIONE DELLE PETIZIONI

La petizione che fa per noi! La soluzione al problema Vaticano!

http://www.petitiononline.com/vatican/petition.html

Spettacolo!

p.s. Un ringraziamento a Yoshi

postato da: Tapioco alle ore 19:50 | link | commenti (2)
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martedì, 12 giugno 2007

LA BEATA PARISINA

Trovo tutto il battage creato intorno a Paris Hilton abbastanza stucchevole. Anzi, devo dire che trovo proprio il personaggio in sè abbastanza stucchevole, insignificante, inconcludente. Il problema di fondo è che in una società come la nostra i media preferiscono dare spazio alle inutili gesta di "protagonisti" che nulla fanno e poco hanno da dire, in realtà. All'inizio la povera era stata condannata a farsi qualche settimana di carcere per reiterazione del reato di guida in stato d'ubriachezza, poi avrebbe ottenuto uno sconto sullo sconto di pena, senza farsi praticamente nulla. E così il perdonismo trionfa.
Ad aggravare la situazione, gettandola ancora di più nell'abisso dell'assurdità, è la recente - e prevedibilissima, checchè se ne dica - svolta mistica della nota ereditiera, che ha addirittura attribuito la condanna al carcere a dio, che in questo modo avrebbe voluto ammonirla per farla "tornare nel gregge". Ma tranquilli, rientra tutto nel classico gioco messo in piedi da duemila anni da questa magnifica religione camaleontica e multiforme, che arranca e sopravvive anche per il suo essere così indulgente, alla portata di tutti - anzi, di più. La Chiesa accetta tutti, ama tutti: anzi, se hai molto peccato puoi sempre farti perdonare, tanto si sa che l'uomo (banalità elevata a grande verità spirituale e morale e a "straordinario" insegnamento) è "peccatore", fallace, debole. Ancora meglio, puoi commettere tutte le atrocità che vuoi - beninteso, in nome della difesa della "vera" fede, e farla franca - magari conquistandoti pure i galloni di santo, o beato, o i più modesti funerali ufficiali (negati per motivi molto meno gravi ad altri). Già, perchè la "multinazionale multisecolare" pensa più al profitto che ai metodi con cui questo è ottenuto (e appaiono ancora di più stucchevoli, tra l'altro, gli appelli del clero contro il capitalismo - e da che pulpito, ci permettiamo di dire!).
E così, il cristianesimo trionfa anche per la sua vena prettamente "perdonista", tale in un certo senso da giustificare l'assenza di una etica reale per quelle fasce che la sentono come un peso o una responsabilità troppo grande; in un certo senso non si fa altro che giustificare lo status quo, come è sempre stato da millenni, ovvero il fatto che ci sarà "sempre" chi farà delle assurdità. Ma tanto - ed ecco un altro classico meccanismo che scatta - chi siamo noi per giudicare? E in questo modo l'uomo comune non può dir nulla, salvo scrollare le spalle e lasciare in appalto questa responsabilità a organismi preposti all'ingrato compito, guarda caso formati proprio dai promotori di una certa religione.
E così il cerchio si chiude... Si crea tutto un sistema ideologico-religioso che ha il solo scopo, dietro mille elucubrazioni tendenti a "buttarla in caciara", di dare una parvenza di elevazione spirituale e argomentativa al fatto che "le cose vanno sempre così". Ma il bello è "sapere" che il tutto viene in un certo senso "siglato" e legittimato dalla divinità stessa, e così ci si mette l'anima in pace.
Ed ecco che chi vuole può seguire questa etica del tutto apparente, può farlo tranquillamente - anzi, verrà addirittura esaltato come redento, purificato, "rinato", dopo anni di perdizione. Da Costantino alla "Beata Parisina" dei giorni nostri.





postato da: Tapioco alle ore 22:55 | link | commenti
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mercoledì, 30 maggio 2007

CRIMEN TELEVISIONIS

   Si sta ovviamente creando un grosso battage intorno alla prossima puntata del programma di Santoro, Anno Zero, che ha intenzione di trattare il tema della pedofilia nel clero avvalendosi di un reportage girato un anno fa dalla BBC. Era ovvio che il fuoco difensivo dei media tendenzialmente asserviti o semi-proni al Vaticano si facesse sentire, dato che ci sono sempre dei cattivoni che ce l’hanno con la povera Chiesa...

   La strategia mediatica si avvale chiaramente di una certa distorsione della realtà, che si concretizza nell’amplificazione di determinati particolari e nella presentazione di esempi fuorvianti (nella classica tecnica della distrazione dell’argomento – a proposito di red herring). Un esempio fresco fresco ci viene dal Tg2 di stasera dove, in maniera indiziaria, non sono stati invitati due personaggi a confronto, ma si è lasciato parlare un “neutrale” servizio, impostato sulla consueta difesa d’ufficio, resa debitamente sottile per non apparire sfacciata, ma con l’intento di mettere le mani avanti e rassicurare i pii fedeli prima del programma di domani.

   Uno dei cavalli di battaglia dell’apologetica di questo periodo sta nel dire che il documentario della BBC contiene delle inesattezze: il che può anche essere, anzi sicuramente sarà – data anche l’impostazione di denuncia. Da notare che le asserzioni di tutti questi giornalisti si fondano unicamente su ciò che afferma la Chiesa, dato che questo filmato ancora non si è visto sui media italiani: una bella prova di professionismo!

   Si afferma – come si è fatto anche stasera – che il documentario citerebbe erroneamente Ratzinger come l’autore dell’ormai famosa direttiva Crimen Sollicitationis mentre lui era ancora docente a Ratisbona, in questo modo tentando di farne cadere del tutto l’attendibilità. In realtà questa è una delle tante bufale che girano, frutto di una certa logica che punta alla disinformazione screditante, dato che nel servizio della BBC non si afferma nulla di tutto ciò. Si dice invece una cosa ben diversa, cioè che il cardinal Ratzinger ha sostanzialmente coperto i casi di pedofilia mentre era interno al Sant’Uffizio, basandosi sulla precedente Crimen Sollicitationis (scritta nel 1962), tanto che nel reportage si afferma che egli fosse "The man in charge on enforcing it for twenty years (cioè da vent’anni a questa parte, ovvero il periodo in cui egli fu effettivamente al Sant’Uffizio, avrebbe gestito certe situazioni nel tentativo di coprirle o comunque di non far trapelare). Egli stesso nel 2001 scrisse un altro documento inviato in tutto il mondo che ribadiva ciò che già era stato definito dalla Crimen Sollicitationis: ed è per il suo zelante attivismo su questo piano che addirittura la giustizia statunitense avrebbe voluto una sua deposizione come “persona informata sui fatti” in merito ai casi che hanno sconvolto – e gettato sul lastrico – alcune diocesi locali. Invece, proprio come Berlusconi, Ratzinger “scese in campo” diventando papa ed evitò quindi, in quanto capo di stato, un diretto e imbarazzante coinvolgimento.

   E’ ovvio che il servizio del Tg2 – come tanti altri questo periodo – ignori implicazioni ben più pesanti per la Chiesa, come la situazione negli Stati Uniti (sbrigativamente liquidata come un “assedio mediatico” al povero vescovo che nemmeno poteva uscire di casa, quando in realtà si parla di migliaia di casi), in Irlanda (dove un’indagine nella sola diocesi di Ferns ha portato alla luce almeno cento casi) o in Brasile, mettendosi invece a fare “coraggiosamente” le pulci su questioni sostanzialmente marginali.

   La cosa più sconcertante di tutta la faccenda – a parte l’indignazione per un potere che da duemila anni a questa parte riesce per l’ennesima volta a farla franca, spalleggiato dai governi e col controllo sui mezzi di comunicazione, di cultura e di indottrinamento – è che si perde di vista, nell’ennesimo tentativo di difesa ossequiosa e acritica, il punto fondamentale: cioè che la Chiesa, senza che nessuno abbia da obiettare, come se lo stato moderno di diritto e la democrazia non esistessero e come se le leggi che garantiscono il pari trattamento potessero essere tranquillamente gettate nel cesso, si doti tranquillamente di procedure che impongono il segreto (minacciando la scomunica) nel caso si voglia denunciare un reato penale molto grave come la pedofilia (e in genere la violenza sessuale) e che istituiscono invece dei canali interni dove gestire la cosa “in famiglia” (anzi, verrebbe da dire “in famigghia”) nell’esplicito proposito di escludere le forze dell’ordine e impedire la divulgazione di certi fatti. Non si capisce il motivo per il quale se si tratta di Chiesa ci debba essere questa sorta di tacito permissivismo, lasciando in appalto a tale organizzazione il privilegio di ignorare – se non violare – le leggi, ostacolando le denunce, l’accertamento dei casi, le indagini e i processi (o comunque ritardandoli di molto), in modo che tutto venga trattato senza alcuna garanzia legale effettiva. Mettiamo in chiaro che fare tutto ciò è di per sé un reato, dato che quando si viene a conoscenza di un qualsiasi crimine – specie cose del genere – si avrebbe in teoria l’obbligo di denunciarlo, altrimenti si è responsabili di favoreggiamento.

   Immaginatevi l’imparzialità di un tribunale che è gestito dal vescovo e che deve processare un altro sacerdote, che impone di non coinvolgere la polizia, che opera nella segretezza per non intaccare la propria immagine, che raccoglie prove e testimonianze senza alcun mandato e senza garanzie reali, che come pena non può utilizzare misure coercitive, ma tende a spostare i coinvolti in altre diocesi (dove commetteranno altri reati, proprio come è puntualmente avvenuto) o a farli sparire in maniera caritatevole in qualche monastero “rieducativo” aspettando che il tempo poi, faccia dimenticare tutto… Crimen Sollicitationis: il massimo della civiltà giuridica e delle garanzie legali e processuali!


mercoledì, 16 maggio 2007

COMMENTO AI COMMENTI

Sentivo la mancanza di quei personaggi che arrivano e passano il tempo a postare commenti anonimi pieni di offese, odio, banalità e armamentario teologico e/o fondamentalista. Adesso pare che abbiano preso di mira anche il mio blog: almeno significa che è letto. L'assurdità della questione si nota abbastanza nel fatto che questi personaggi si mettono lì magari delle ore a leggere un blog che sanno già non essere scritto secondo i loro gusti (andando magari a rivangare post di mesi e mesi fa) e a postare commenti astiosi, quando invece potrebbero intavolare delle discussioni serie e costruttive...

postato da: Tapioco alle ore 00:43 | link | commenti (924)
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venerdì, 11 maggio 2007

LAICISTA E ME NE VANTO

Mi sembra abbastanza chiaro che bisogna mobilitarsi per il 12 maggio... non per il Family Day, ma per la giornata di "orgoglio laico" a Piazza Navona, dal pomeriggio in poi.
Per informazioni più dettagliate sul programma un bel click qui.
Ci vediamo tutti lì!

postato da: Tapioco alle ore 00:15 | link | commenti (7)
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mercoledì, 09 maggio 2007

COME SI FA UN TELEGIORNALE


   Sto mangiando e guardo il tg di Rai2. Come al solito, c’è la quota giornaliera di propaganda clericale. Dico, vabbè, ormai ne ho viste tante. Stavolta si parla della futura beatificazione di Pio XII, un papa che qualche scheletruccio dentro l’armadio ce l’ha eccome.

   Per esempio, per quanto riguarda una certa simpatia iniziale per i totalitarismi e le dittature occidentali del ‘900 in contrapposizione al comunismo. Per le collusioni sottili soprattutto col fascismo e il franchismo (dove si esaltò la guerra civile come una vera e propria crociata) e in misura minore col nazismo, che hanno portato a compromessi abbastanza sordidi in nome dell’accettazione “mansueta” del “male minore” (tanto che né Hitler né nessun altro criminale venne mai scomunicato, per dire). Per il tentativo di inaugurare un autoritarismo di matrice clericale con l’aiuto di tali regimi (che ha strascichi persino oggi qui in Italia, tra Concordato e simboli religiosi tra le tante cose) chiudendo un occhio e anche due per le violazioni costanti dei diritti umani e dei principi democratici (salvo poi fare la voce grossa solo quando i fascismi tentavano di sottrarre in maniera concorrenziale giovani menti da indottrinare). Per aver contribuito allo sviluppo dell’antisemitismo razziale (facendo solo qualche appunto timido alle leggi razziali, soprattutto per questioni inerenti i matrimoni misti, i neo-convertiti e simili). Per aver taciuto ufficialmente quando sono stati attuati i massacri nazisti verso gli ebrei, senza prendere una posizione chiara in merito e dilettandosi in equilibrismi spesso omertosi, facendo poi addurre postumamente – e comodamente – da “avvocati” prezzolati che ciò era prova della preoccupazione per eventuali rappresaglie. Per aver ignorato volutamente il fatto che una parte consistente del clero croato avesse appoggiato fattivamente gli ustascia nel genocidio di circa 700.000 serbi (quello stesso clero nazionalista ed integralista che, tra l’altro, aveva una delle sue basi proprio nella tanto decantata Medjugorie). Per aver fatto fuggire migliaia di criminali nazisti ed ustascia tramite passaporti falsi e canali diplomatici e medici (le famigerate “ratlines”) in Sud America o in altre amene località, rincorsi spesso senza successo dai servizi segreti ebraici e dagli altri “cacciatori” di nazisti. In realtà, volendo fare due conti, l’atteggiamento di Pio XII verso il massacro degli ebrei non sarebbe nemmeno la cosa da rinfacciargli maggiormente…

   Forse non si sarà trattato del “papa di Hitler”, dato che la concorrenza tra i due – essendo entrambi capi di concezioni totalitarie per definizione opposte – era notevole, ma arrivare ad affermare vittimisticamente, come è stato fatto al telegiornale, che egli sarebbe stato uno dei papi “più vilipesi della storia”, un innocente agnellino e che non meglio precisati (come da copione, nella logica del sasso lanciato) “storici hanno dimostrato il contrario” rispetto alle responsabilità attribuitegli, mi pare francamente eccessivo. Basarsi sugli ultimi anni in cui il clero di base – a cui fa fatto tanto di cappello, sia chiaro – ha salvato migliaia di ebrei, astraendoli dal contesto e dimenticando comodamente il complesso passato dei rapporti Chiesa-regime, è uno dei tipici espedienti dell’apologetica: così, Pio XII adesso passa tranquillamente per il “salvatore degli ebrei”. Basterebbe leggersi non dico Ernesto Rossi o Marco Aurelio Rivelli (magari visti con sospetto perché “anticlericali” o editi dalla Kaos), ma studiosi più accademici e pacati come Renzo De Felice o Mimmo Franzinelli per capire meglio la questione ed eliminare queste patine di innocentismo e di santificazione (o beatificazione) mediatica.

   Penso che quantomeno gli ebrei abbiano qualcosa da ridire in merito, come dimostrano i recenti attriti diplomatici tra Israele e Vaticano proprio in merito alla giornata “della rimembranza”. Il nunzio apostolico, piccato perché una didascalia su Pio XII presente nel museo israeliano dedicato all’Olocausto lo definiva “ambiguo” in merito alla tragedia ebraica, si è sentito rispondere tranquillamente che la didascalia sarebbe stata cambiata se il Vaticano avesse aperto gli archivi, in modo da smentire questi giudizi sul famigerato papa. Ovviamente gli archivi non sono stati ancora aperti (né lo saranno mai, visti gli andazzi, o lo saranno solo in maniera sapientemente controllata), nonostante siano passati ormai 60 anni e più. Questo potrebbe dirla lunga sulla figura di Pio XII: chi non ha nulla da nascondere, non si fa problemi ad aprire archivi segreti, soprattutto quando si fa passare l’idea che questi conterrebbero le “prove” per scagionare Pio XII. Quindi i casi sono due: o queste “prove” – da cui avrebbero attinto sedicenti “storici” – semplicemente non esistono; oppure aprire tali archivi completamente sarebbe né più né meno che scoperchiare una fogna (specie in merito alle successive fughe di criminali nazisti e ai rapporti sotterranei tra regimi e chiesa).

   Ma è chiaro che, a creare la solita cortina fumogena, ecco i giornali e telegiornali asserviti, supportati dai soliti apologeti prepagati e organici al sistema, che da sempre elaborano i modi più sottili per tenerlo in piedi e legittimarlo. Così anche Pio XII, per la gioia di grandi nostalgici e piccini ignari, ha ormai il suo bel miracolo per passare la macchina burocratica vaticana e diventare beato: essere tramutato magicamente nell’ennesima vittima della storia.

 


martedì, 08 maggio 2007

ELEZIONI FRANCESI

   Una cosa che non ho capito della reazione dei politici nostrani nei confronti dei risultati elettorali in Francia, è l'esaltazione della figura di Sarkozy, specie da destra. Tutti dicono che Sarkozy è uno dei punti di riferimento a livello internazionale delle destre, uno di quelli che potrebbe guidare e rappresentare la "riscossa" dei conservatori dopo le sconfitte di questi anni. Ogni tanto, prima che cominci il gustoso programma di Richard Benson su TeleVita (mi scusino i non addetti ai lavori), vedo questi siparietti di AN, dove si loda Sarkozy in tutti i modi, dove si fanno discorsi che virano sul "ci vorrebbe una destra così". Bellissime parole, peccato che questi personaggi si siano persi alcune dichiarazioni dell'ormai presidente d'Oltralpe, in tema di religione, rapporti stato e chiesa e laicità.
   Peccato che uno dei punti fermi della politica di Sarkozy è il mantenimento della salda laicità francese, cosa tra l'altro già ribadita dall'altro sfidante, Bayrou. Da notare che anche quest'ultimo è stato acclamato come una sorta di "democristiano" in salsa francese: peccato che pure lui, con dichiarazioni molto chiare, abbia ribadito di essere cattolico praticante ma convinto laicista.
   Se stanno così le cose, a me basterebbe anche un Bayrou qui in Italia, proprio a dire male...

postato da: Tapioco alle ore 23:08 | link | commenti (2)
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mercoledì, 02 maggio 2007

SENTIRE LE VOCI

Ah, dimenticavo, visto che ci stiamo... Lo so, non c'entra nulla, ma visto che ho ripreso in mano il blog... Da un po' di tempo faccio con altri compagni (o "colleghi"?) dell'università un programma radio web, in cui per ogni puntata si affronta un argomento diverso (diritto allo studio, disarmo, discriminazione, ecc)... Insomma, sentitevelo se non avete nulla da fare!
C'è anche la mia voce, scoprite dove!

postato da: Tapioco alle ore 22:58 | link | commenti (4)
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BOMBE SUL PALCO

   C’ero anch’io, tra i tanti “ggiovani”, al Concertone del Primo Maggio.

   Ciò che è rimasto a livello mediatico non è stata la grande partecipazione sguaiata e gioiosa di tanti giovani che sono arrivati da tutta Italia, né l’esibizione di tanti gruppi e artisti. La notizia l’ha fatta uno dei presentatori, il comico Andrea Rivera (quello che bazzica dalle parti di “Parla con me”). Si sarebbe addirittura macchiato – udite udite – di “terrorismo”, secondo l’Osservatore Romano. E’ bene esaminare con chiarezza le due battute che hanno suscitato le ire vaticane, per cercare di capire se queste accuse siano fondate:

 

   “Il papa ha detto che non crede nell’evoluzionismo. Sono d’accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta”.

 

   “Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. E’ giusto così. Assieme a Gesù Cristo non c’erano due malati di Sla, ma c’erano due ladroni”.

 

   Sinceramente, è davvero esagerato parlare di “terrorismo”, dato che non si sono lanciate minacce contro la Chiesa, né contro i suoi esponenti e non si è invitato nessuno a delinquere. Osservando meglio le cose nel contesto di queste settimane, non si può non notare che la Chiesa o per meglio dire i soliti “più papisti del papa” – prendendosela col più “debole”, un giovanotto, come al solito – stiano approfittando vittimisticamente della situazione che si è creata intorno alle minacce rivolte a Bagnasco. La strategia è abbastanza chiara: utilizzare il caso Bagnasco (che tra l’altro ha anche minimizzato i fatti che lo riguardano) per far apparire qualsiasi critica alla Chiesa come una minaccia tremenda o come un segnale di “bieco anticlericalismo” (come ha accennato Fini). D’altra parte, la strumentalizzazione del vittimismo è uno dei cavalli di battaglia clericali da sempre.

   Ancora una volta, la satira – proprio quella forma d’arte il cui preciso compito è deridere criticamente il potere, qualunque esso sia – è sotto accusa, perché si è “permessa” di sfiorare la Chiesa. Troppe volte abbiamo sentito i discorsi sui presunti “limiti decorosi” della satira, che secondo alcuni dovrebbe ridursi al Bagaglino, ma proprio in questa situazione si è visto come il tentativo di silenziare vada ben oltre. Per alcuni la satira religiosa non dovrebbe semplicemente esistere, dato che è “offensiva” per la “sensibilità” dei credenti. Ovviamente, dall’altra parte, si può scatenare una vera e propria guerra psicologica facendo sottilmente emergere per esempio l’equazione legalizzazione coppie di fatto=pedofili=incesto e altro ancora, nella solita muffita salsa in slippery slope, senza che nessuno possa permettersi di dissentire e argomentare, perché l’ha detto un “sant’uomo” o perché si vuole “zittire la Chiesa”, così censurata da avere ormai una sezione fissa in ogni telegiornale solo per la propaganda.

   Proprio in questi giorni, è interessante notare come la solidarietà piena ma critica di un “mangiapreti” come Odifreddi a Bagnasco sia passata del tutto sotto silenzio, ignorata dai media – probabilmente con l’intento di fornire una certa immagine all’opinione pubblica di questo fantomatico “fronte laicista” (in cui sarebbero confusi di tutti di più, senza star tanto a sindacare), la cui attività principale sarebbe quella di spargere odio immotivato contro la Chiesa.

   Riguardo le due frasi incriminate, è chiaro che si tratta di critiche assolutamente fondate, checchè se ne dica. I media, come al solito, hanno creato l’ennesima cortina fumogena di indignazione di facciata, dando largo spazio a personaggi che difendevano a spada tratta la Chiesa facendo i loro comizi, ma senza soffermarsi ad analizzare criticamente la questione. La cosa più avvilente è stato vedere come intorno a Rivera si sia creato il vuoto, tra scuse ipocrite, distinguo imbarazzanti e sconfessioni (da parte dei sindacati, dei vari politici, delle tv, persino di Prodi in trasferta che ha messo persino in mezzo il buonsenso della madre e ha dato dello “scriteriato” al comico). Nessuno che abbia preso le difese del presentatore e più in generale del diritto di satira, a parte i “soliti laicisti”, ormai sempre. Pare che ci si debba ormai vergognare di difendere i diritti civili, di qualunque tipo essi siano.

   Che la Chiesa sia fondamentalmente ostile all’evoluzionismo di matrice darwiniana – accusato non si sa bene perché di togliere senso all’esistenza – è vero, anche se gli ultimi papi hanno tentato difficili equilibrismi di facciata, la cui vera natura sta venendo però a galla col sostanziale avallo di Benedetto XVI all’intelligent design. Che la Chiesa usi due pesi e due misure con i morti è un dato storico inoppugnabile, suffragato da millenni, di cui Welby rappresenta solo uno dei casi più eclatanti di questi ultimi mesi. Appare quantomeno paradossale – al di là di chi l’ha chiesto effettivamente e della sua devozione – che un poveraccio condannato a morire tra atroci sofferenze non possa avere un funerale in chiesa perché ha osato mettere fine alla propria vita “prima del tempo”, mentre tale puntigliosità moralistica non sia mai stata rivolta a tiranni ed assassini che si professavano cristiani cattolici. Certo, la Chiesa poteva pure fare ciò che voleva con Welby, ma non si può nascondere lo stridore di certe contraddizioni, né tantomeno cercare di evitare le critiche: perché ancora una volta emerge la stessa debolezza coi forti, e la stessa forza coi deboli. Che si chiamino Welby o Rivera.

 

 

 

 


mercoledì, 21 febbraio 2007

IL BUE CHE DICE LOBBISTA ALL'ASINO

La faccia tosta di certi personaggi – specie quando si ritengono investiti dal mandato divino – non finisce mai di stupirmi. Non si spingeranno a tanto, certe cose eviteranno di dirle. E invece le dicono. Sentendo il papa che con fare sospettoso critica le oscure e potentissime lobbies, tutte tese a distruggere la famiglia e la società, non si può non pensare che ci sia qualcosa di incongruente in certe dichiarazioni.

La lobby è un gruppo organizzato di persone che può esercitare pressioni sui politici al fine di ottenere provvedimenti a proprio favore. D’accordo, è chiaro che esistono componenti della società che si mobilitano, specie di questi tempi, per richiedere l’estensione dei diritti dei conviventi o per altre questioni. Ma è anche vero che queste “lobbies” in Italia non sono così potenti e organizzate come si crede, dato che ricevono ben poco ascolto da chi di dovere.

Una delle vere lobbies in Italia è invece proprio la Chiesa: ha una presenza capillare sul territorio e una capacità pervasiva massiccia, è un punto di riferimento culturale, politico, sociale, muove enormi interessi economici e ha da sempre saldi contatti politici. Tale processo è stato potenziato ancora di più con il crollo del sistema politico della Prima Repubblica, che ha lasciato dei vuoti politico-ideologici che la Chiesa ha prontamente colmato. Invece è nell’interesse propagandistico della Chiesa ribaltare la situazione: ovvero gonfiare quelle piccole “lobbies” di gay, non credenti e simili, tali da farle apparire come una minaccia all’ordine sociale costituito, con tutti gli annessi e connessi di “derive zapateriste” e apocalittica da bar, mentre dall’altra si tende a sminuire la capacità di pressione della Chiesa stessa, o di nasconderla dietro il velo del candido e benevolo consiglio “per il bene di tutti”.

Che poi non sono proprio tutti tutti come si vorrebbe far credere, dato che emergono sempre più persone che semplicemente non vedono nella Chiesa alcun riferimento, né le danno alcuna legittimità. Una prova di questo classico meccanismo, che possiamo definisce scientificamente “l’arte di rigirare frittate”, riguarda le manifestazioni e la loro risonanza mediatica. Il 10 febbraio c’è stato un corteo del movimento “No Vat” proprio a Roma, che è finito a Campo de’ Fiori, la storica piazza dove fu bruciato Giordano Bruno (tra l’altro il 17 febbraio 1600). Ebbene, a quanto ne so, ne ha parlato solo qualche giornale (“il manifesto”, “Repubblica”), in articoli brevi o addirittura in semplici specchietti, nonostante fossero affluite migliaia di persone da tutta Italia sotto la pioggia. La tv manco a parlarne. L’immagine fornita è stata soprattutto quella di gruppi di scalmanati anticlericali che facevano goliardate, come travestirsi. Quindi, le “lobbies” laiciste sono così potenti da non farsi nemmeno notare sui giornali e in tv quando manifestano. Stessa cosa accaduta per il sit in del 19 febbraio davanti all’ambasciata vaticana a Roma: ho visto solamente, su Rai 2, un paio di secondi di inquadratura sui manifestanti, in un servizio più ampio che ovviamente lodava quanto fossero amichetti e vicini il nostro governo e il Vaticano. Su internet un’agenzia stampa delle 17:30 circa che diceva laconicamente: “i rappresentanti della Santa Sede al loro arrivo all’ambasciata italiana in Vaticano, sono stati accolti da una sonora contestazioni da parte di un gruppo di atei e agnostici e di alcuni militanti radicali”. Certo, meglio di niente.

Proprio Rai 2, per esempio, dava invece ampia risonanza al fatto che a fine marzo è prevista una grande manifestazione dell’associazionismo cattolico, quindi implicitamente facendo promozione, con un mese di anticipo, alla stessa mobilitazione contro la “deriva laicista”. Senza contare i servizi tg e gli articoli che quotidianamente presentano in maniera ossequiosa il monito del papa contro i pericoli della modernità, tanto che ormai il Vaticano sembra avere acquisito uno spazio fisso su tutte le fonti d’informazione. Senza contare poi i finanziamenti che la collettività (anche chi non crede) riversa alla Chiesa: solo di otto per mille, ormai sono un miliardo di euro l’anno, è bene ricordarlo. 

La cosa più comica è che poi li senti, sempre con la stessa faccia tosta, usare l’arma del vittimismo: se qualcuno si permette di dire che la Chiesa non dovrebbe impedire l’estensione dei diritti verso fasce sociali discriminate e che lo stato dovrebbe essere aperto e pluralista, ecco il solito zuavo che urla al complotto laicista, che denuncia il tentativo di zittire la Chiesa, di impedirle di parlare. Ma un conto è far parlare tutti democraticamente – anche la Chiesa, come accade -, un conto è invece inchinarsi sempre per seguire i dettami implicitamente discriminanti del clero. Così, ancora una volta, la frittata è rigirata: il discriminato diventa magicamente il “lobbista” che discrimina. Un miracolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


giovedì, 04 gennaio 2007

ODDIO CHE MALE

 Uno dei metodi che le religioni hanno per tenersi in vita e legare a sé i propri fedeli è tutto giocato sulla creazione – e sulla conseguente “coltivazione” - del nemico. Visto che sotto l'ottica religiosa tutto tende ad assumere dei significati estesi, trascendenti e totalizzanti, anche il nemico dovrà esserlo per antonomasia, assumendo proporzioni “cosmiche”, si potrebbe dire. Tutto ciò somiglia molto all'impostazione degli stati totalitari novecenteschi: tesi, per motivare sempre di più e per indirizzare sempre meglio gli sforzi della massa verso gli obiettivi dell'ideologia, a costruire il concetto di nemico irriducibile, sempre presente e sempre pronto ad ostacolare il corso della “giustizia”. Forse dovremmo reinterpretare le ideologie totalitarie non come allontanamento dalle religioni, ma anzi come applicazione più tragicamente efficace delle strategie e della forma mentis religiose (alla luce delle nuove applicazioni tecnologiche e delle più efficienti forme di organizzazione socio-politica). Dogmi indiscutibili, attitudine alla gerarchia, tradizionalismo, identità collettiva massificante, potere assoluto, indottrinamento costante, controllo e manipolazione delle informazioni, riti di massa, culto del sacrificio e del martirio: i punti di contatto, nonostante la continua – appunto – propaganda volta a scagionare le religioni da qualsiasi responsabilità nell'affermazione dei totalitarismi, sono tanti.

Tornando alla questione del male, appare chiaro che le religioni hanno tutto l'interesse, in quanto si autoidentificano col “bene”, a costruire un degno avversario che nei secoli tende ad infiltrarsi e ad esercitare la propria subdola influenza, distogliendo dalla retta via. Ogni piccolo segno che comporta il decadimento religioso, o comunque una perdita del terreno indebitamente occupato dalla religione, è identificato come una vittoria del male. Soprattutto questi ultimi secoli tendenti ad una considerevole secolarizzazione vengono interpretati come la progressiva vittoria del maligno. La continuna propaganda – vaticana e non solo – volta mettere costantemente in guardia contro i pericoli della modernità ed anzi ad attuare una sistematica quanto ingenerosa opera di “demonizzazione” a tutto spiano, serve a spronare ancora di più alla mobilitazione le masse dei credenti. E' un metodo per mantenere i fedeli in una costante fibrillazione psicologica, facendo balenare oscure e sulfuree ombre di decadenza e di distruzione che aleggiano su questo mondo sempre più lontano dalle religioni. Ovviamente, tanto meno un sistema di pensiero ha basi razionali e verificabili (basandosi unicamente sul potere d'autorità di particolari figure di propagandisti e su rimaneggiamenti di archetipi e favole), tanto più tali stratagemmi emozionali si riveleranno necessari per mantenere salda l'unità del gruppo e conservare il grado di fervore sufficientemente alto. Allo stesso modo, i totalitarismi avevano necessità di addossare le colpe dei loro fallimenti economici e politici a non meglio precisati complotti internazionali o a particolari minoranze usate come capri espiatori (come gli ebrei, non a caso), anche per indirizzare lo sforzo popolare e distogliere l'attenzione dai reali problemi, o dalla consapevolezza che lo stesso potere totalitario fosse illegittimo o ingiusto. Fin dagli inizi il cristianesimo – data la sua natura irrazionale – ha dovuto far leva su questi sentimenti di lotta contro tutto ciò che era “nemico”, che veniva tout court identificato con “satana” (o il diavolo). Non a caso, la stessa iconografia popolaresca tipica del diavolo rappresenta un collage degli elementi caratterizzanti delle antiche divinità pagane (il forcone di Nettuno, il caprone di Pan che era la forza incontrollata e sensuale della natura selvaggia, il toro di Mitra che rappresentava la concorrenza). Ciò era segno della volontà del cristianesimo di porsi in contrapposizione netta, anzi, in guerra diretta e irriducibile, con le altre religioni, cui veniva appicciata l'etichetta di “male assoluto”. Già le lettere di San Paolo sono piene di veri e propri vaneggiamenti in tal senso: il continuo e ossessivo richiamo alle armi e alle armature dello “spirito”, alla lotta contro il maligno che si riteneva aleggiasse ovunque, in un crescendo tipicamente paranoide, lo sprone ad abbandonare qualsiasi dubbio e capacità critica per dedicarasi totalmente al “disegno divino” con fede cieca (il richiamo alla disciplina ferrea di chi va in guerra).

Sentendo il discorso che ha fatto il papa sul “male” non ho potuto fare a meno di ripensare a tutte queste cose, concludendo come tali strategie emozionali e primitive – oltre che patetiche -, nonostante il tempo e nonostante si tenti di indorarle per renderle più moderne (o peggio ancora più “argomentate”) non facciano altro che battere il solito vecchio e scordato tasto: quello della paura. Ecco che, in un momento di transizione come il nostro, il papa non fa altro che richiamare all'ordine le sue truppe, facendogli notare come il “nemico” sia ancora lì che striscia subdolo, mentre cerca di far passare la legge sui pacs, o sull'eutanasia, oppure mentre tenta di far studiare in maniera critica il cristianesimo, osando umanizzare la figura di Gesù. Soprattutto questo ultimo punto penso sia da qualche tempo diventata una sorta di ossessione per il papa, come ha ben spiegato. Riemerge direttamente dal medioevo l'idea che chi è dissidente rispetto al cristianesimo sia né più né meno che “guidato” dal demonio (uuuh, “l'ateizmo scientvista”!). E ricomincia il gioco delle parti tra le fulgide armate della luce e le tetre legioni delle tenebre, manco fossimo nella Terra di Mezzo. Non a caso già Sorel nelle sue Riflessioni sulla violenza chiariva che

Gli uomini che partecipano ai grandi movimenti sociali si figurano le loro future azioni sotto forma di immagini di battaglie per assicurare il trionfo della loro causa. Proponevo di chiamare miti queste costruzioni la cui conoscenza ha nella storia una importanza tanto grande: lo sciopero generale dei sindacalisti e la rivoluzione catastrofica di Marx sono dei miti. Come esempi notevoli di miti ho dato quelli costituiti dal cristianesimo primitivo, dalla Riforma, dalla Rivoluzione, dai mazziniani. [...] i cattolici sottoposti alle più dure prove non si sono mai scoraggiati, perchè essi si immaginavano la storia della Chiesa come una serie di battaglie tra Satana e la gerarchia sostenuta da Cristo; ogni nuova difficoltà che si presenti è un episodio di questa guerra e deve alla fine concludersi con la vittoria del cattolicesimo.

Da notare che le analisi di teologia laica sono patrimonio culturale ormai consolidato nel resto del mondo occidentale (da almeno un secolo e mezzo, se partiamo dagli studi delle scuole protestanti passando per il modernismo). Dopotutto, questo ammonimento del papa non fa altro che rispolverare il vecchio diniego antimodernista lanciato circa un secolo fa contro gli studiosi come Renan, che interpretarono la vita di Gesù come quella di un “saggio” e il cristianesimo come una costruzione progressiva che assommava insieme in maniera sincretica miti e pratiche tutt'altro che originali. Non a caso gli stessi “modernisti”, all'inizio volutamente sguinzagliati dal papato proprio per analizzare con strumenti critici e scientifici i testi sacri al fine di controbattere alle scuole di analisi laiche, che giungevano a conclusioni imbarazzanti per il papato stesso (facendo emergere palesi le innumerevoli falsificazioni subite dai cosiddetti “testi sacri”), non fecero altro che confermare ciò che dicevano queste ultime. Per questo i modernisti vennero banditi e si corse ai ripari col “giuramento antimodernista”, che tentava di rimettere in riga gli intellettuali cattolici (abolito formalmente solo nel 1967).

Ed è chiaro che per il cristianesimo sia questo l'elemento più pericoloso, perchè con l'analisi comparata e scettica delle religioni e lo svelamento di certi meccanismi mitografici, non si fa altro che relegare anche quel sistema teologico su cui si fonda il potere papale nel deposito delle antichità mitiche e simboliche dell'umanità. Ecco che quindi, in questo particolare momento, è lo studio laico delle religioni ad essere diventato il “satana” della situazione: perchè questo fa apparire il cristianesimo per quello che è, ovvero una delle tante rimasticature di miti antichissimi volti a descrivere fenomeni naturalistici e astrali, e di conseguenza con lo stesso grado di “verità” del paganesimo o di altri culti giudicati primitivi e strani. Finchè era solo qualche sparuto sito, visto da qualche fissato (tipo me), che si occupava della figura di Gesù e del cristianesimo sotto quest'ottica, per il papa non c'erano problemi. Ma poi è cominciato a saltare fuori Dan Brown, che ha messo la pulce nell'orecchio a milioni di persone (nonostante la quasi totalità di ciò che dice sia composto da fandonie – ma dopotutto i romanzi sono fatti di fandonie, quindi tutti gli appunti mossi a Brown sono ridicoli). Poi anche in Italia si è cominciato pian piano ad affrontare l'argomento: se uno dell'autorevolezza di Augias ci ha scritto un libro, qualcosa significherà pure. Anche se quel testo rimane incompleto, viziato dalle tesi impronibili del biblista e da quel senso di timidezza (se non di inferiorità) che ancora aleggia nel mondo intellettuale laico quando si affrontano tali argomenti, la strada che si comincia a prendere è quella giusta. Perchè una vera modifica della situazione italiana – del suo ritardo rispetto agli altri paesi – passa prima di tutto dalla cultura: solo se si riesce a far capire che Gesù è allo stesso livello di Giove, Mitra, Krsna, Quetzalcoatl e altri, si avrà una reale secolarizzazione.

 





 


postato da: Tapioco alle ore 14:18 | link | commenti (10)
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